I progetti di Acli Terra per il futuro dell’agricoltura

Non me ne vogliano i lettori appassionati esclusivamente di vino, ma oggi mi pare opportuno dare spazio ad alcune riflessioni che non riguardano lo specifico settore vitivinicolo, ma l’intero sistema dell’agricoltura trentina: non è la prima volta che cambio la focale del mio obiettivo e inserisco il grandangolo, consapevole di quanto le più grandi e rilevanti questioni debbano essere affrontate con uno sguardo ampio, che abbracci una pluralità di elementi. In questo caso, l’occasione di questo quadro d’insieme me la fornisce il bel documento promosso recentemente dalle Acli Terra, quella componente delle Acli (Associazioni cristiane lavoratori italiani) attiva nel mondo rurale “per promuovere e valorizzare il lavoro agricolo e il territorio di appartenenza”. Esse fanno formazione, consulenza, assistenza ai loro soci, ma la loro azione non è orientata solo all’interno dell’associazione, come è evidente in questo documento, nel quale emerge una riflessione davvero completa sul ruolo dell’agricoltura nello sviluppo locale, nella conservazione del territorio, nella crescita sociale della comunità.
Una vera e propria “visione”, che mette al centro territorialità e sostenibilità: una “visione concreta” sfuggente alla retorica che troppo spesso – soprattutto declinata nel pomposo inglesismo della vision – si tramuta in un generalismo utile solo ad abbellire il vuoto delle idee. Le Acli Terra, per bocca del presidente Flavio Sandri e del segretario Ezio Dandrea, alla presenza dell’assessore Dallapiccola hanno invece dato forma solida e netta alle loro idee, individuando i problemi, chiamando con il loro nome i soggetti che possono contribuire a risolverli, proponendo alcune possibili strategie per dare un futuro sostenibile all’agricoltura trentina. Lo hanno chiamato “modello alpino” e hanno proposto di realizzarlo attraverso un “patto”: una parola importante, che implica negoziazione, condivisione delle scelte e collaborazione nelle azioni. Una parola che mi sta particolarmente a cuore: il “patto” è la chiave di lettura della storia tramandata dai miei padri, il cardine dell’alleanza, alla base della quale non può che esserci la fiducia e la solidarietà.
Valori che ritrovo nei quattro assi di lavoro proposti nel documento. Il primo ha a che fare con il modello cooperativo, lì dove si propone di creare associazioni che, sullo spunto del Maschinenring sudtirolese, facilitino lo scambio e la condivisione di mezzi, apparecchi e tecnologie, abbattendone oneri e costi per i singoli coltivatori. Ritrovo qui la logica che mi aveva spinto a scrivere, tempo fa, che la cooperazione in campo vitivinicolo potrebbe essere non solo cooperazione di conferitori, ma anche altro, come la condivisione di strutture produttive in grado di attivare capacità imprenditoriali diffuse. Il secondo asse punta al recupero della campagna incolta, attraverso un sistema di affitti garantiti e sub-affitti che, nel pieno rispetto della proprietà, garantisca la coltivazione di terreni che, a causa dell’eccessivo frazionamento e dei sempre più gravosi costi di gestione, sono stati abbandonati o rischiano di esserlo. Il terzo punta alla collaborazione con i Gruppi di acquisto solidale, per trovare sbocchi di mercato alle produzioni agricole, e il quarto mette al centro la multifunzionalità e le ricadute sociali dell’agricoltura. Idee e proposte che vanno nel verso giusto: c’è spazio per una loro traduzione in azioni politiche?