Ai piedi dell’Ararat: il vino in Armenia

Ha fatto molto discutere, in questi giorni, l’intervento di Hami Aksoy, console generale turco a Milano che, prendendo la parola in un convegno organizzato dalla Fondazione Caritro presso l’Auditorium S. Chiara di Trento, ha sostanzialmente disconosciuto il “genocidio” del popolo armeno. Ha fatto discutere ma non ha stupito: la negazione del termine “genocidio”, infatti, è da sempre la posizione del governo turco, e non a caso Erdogan si è infuriato quando Papa Francesco ha parlato di “primo genocidio del XX secolo”.
In effetti lo sterminio del popolo armeno, avvenuto tra il 1915 e il 1916 all’interno dei confini dell’impero ottomano, è un evento storico che ha subito una sorte controversa: da un lato, è stato dimenticato e rimosso per lungo tempo non solo dalla memoria nazionale turca, ma dalla stessa storiografia occidentale; dall’altro, è stato oggetto negli ultimi decenni di studi sempre più approfonditi, che lo hanno riportato all’attenzione dell’opinione pubblica. Ma il Metz Yeghern, il “Grande Male” di cui fu vittima la popolazione armena nel corso della prima guerra mondiale, ancora oggi non gode di un’interpretazione storica omogenea e condivisa.
Che i massacri subiti dalla popolazione armena nel corso dei primi anni della Grande Guerra siano da considerarsi un vero e proprio genocidio, è opinione condivisa da tutti gli studiosi non deliberatamente negazionisti. È aperto invece il confronto sulla premeditazione, l’intenzionalità e sul ruolo del governo ottomano: in sostanza, i diversi studi propongono analisi non del tutto coincidenti sul processo che portò al genocidio e sulle motivazioni- di lungo periodo e contingenti-, mentre convergono in buona misura sulla descrizione della realizzazione delle violenze di massa.
Come sempre, ahinoi, nel dibattito internazionale contano più i grandi giochi della geopolitica che la scrupolosa ricerca storica. L’Armenia è un buon partner, avamposto cristiano in Oriente, ma la Turchia fa parte della NATO … e si sa che la ragione delle armi vale più della fede, all’occorrenza.
“Se in questi ultimi cento anni fossimo stati meno indifferenti e più attivi nella prevenzione oggi avremmo parlato dei crimini contro l’umanità come di storia e non come attualità”, ha detto ai microfoni di Trentino inBlu l’ambasciatore della Repubblica di Armenia in Italia, Sargis Ghazaryan, lanciando un appello di pace e di fratellanza.
E se il vino è simbolo di comunione e gioia di vivere (“Va’, mangia il tuo pane con gioia, e bevi il tuo vino con cuore allegro, perché Dio ha già gradito le tue opere”, Qohèlet 9, 7), allora proviamo a brindare con qualche buona bottiglia armena (pur non facili da trovare, sugli scaffali delle enoteche italiane!), in questi giorni segnati da ogni sorta di fanatismo.
Da sempre si coltiva l’uva, nelle alte terre armene, con vigneti che possono arrivare ai 1.600 metri sul livello del mare. Più di diecimila ettari coltivati e un tessuto produttivo che comincia a modernizzarsi anche grazie all’apporto di investitori stranieri: spesso armeni della diaspora, convinti che possa rinascere una tradizione millenaria, soprattutto nella regione di Yeghegnadzor, a est di Yerevan, nella quale è stata scoperta dagli archeologi la “cantina” più vecchia del mondo, risalente a più di seimila anni fa. Che la viticoltura sia nata proprio lì, ai piedi del monte Ararat, dove Noè, “coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna” (Bereshit 9,20-27)?