Alle prese con una rossa milonga: Reboro, calice di dolcezza

“Nel tango, ci si conosce attraverso l’abbraccio”, ha detto Miguel Ángel Zotto, ballerino argentino tra i più grandi di sempre. Cosa posso saperne io, che il tango non l’ho mai ballato e che, se mi avventurassi in un tentativo, finirei deriso da tutte le creature, anche le più sventurate? Nulla, ovviamente. Ma è pur sempre vero che non solo gli angeli amano volare, e quindi poco di strano se anch’io, perso nella pioggia di una Bruxelles quieta e inquietante, sono sprofondato nell’ascolto del bandoneón di Astor Piazzolla, soltanto immaginando l’abbraccio attraverso il quale conoscersi a fondo.
Il tango è arte totale, rappresentazione popolare, identità che si balla, espressione di un sentimento che non ha bisogno di essere spiegato. Intelligente scelta di cuore, dunque, quella di abbinarlo alla presentazione di un nuovo vino, caldo e intrigante, come il Reboro. Mai sentito nominare, direte voi, e non vi sbagliate a manifestare l’ignoranza: perché nuovo lo è davvero, e le prime bottiglie saranno presentate questo sabato con l’evento “Vino Tango e Cioccolato”.
Del tango si è già detto, del cioccolato basti dire che val bene una tentazione ma sotto le feste è come brevettare l’acqua calda, quindi parliamo del vino, che è per questo che il Corriere ancora mi sopporta. Reboro, a richiamare l’opulenza, non tanto il colore del metallo più prezioso: perché è rosso, questo vino ottenuto da uve Rebo, varietà creata nel 1948 dal genetista trentino Rebo Rigotti, il quale incrociò il francese Merlot con l’autoctono Teroldego. Si chiamerebbe Incrocio Rigotti 107/3, a dire il vero, ma che chi mai comprerebbe un vino col nome di un’indicazione stradale? Giusto chiamarlo Rebo, quindi, e giusto coltivarlo in quella Valle dei Laghi che di Rigotti è terra natia. Giustissimo, infine, provare a vinificarlo imitando in parte le tecniche di quel Vino Santo che della Valle dei Laghi rappresenta un piccolo ma lucentissimo diamante. I grappoli di Rebo, selezionati accuratamente, vengono fatti esiccare qualche mese sulle “arele”, i tipici graticci usati tradizionalmente per l’appassimento delle uve di Nosiola, poi spremute per ottenere proprio il Vino Santo di cui sopra. Tre anni rimane in botte, dopo l’ammostamento: imbottigliata a primavera, sabato sarà presentata la vendemmia 2011.
Per il momento le aziende col Reboro pronto per il calice sono Pisoni, Giovanni Poli e Francesco Poli. Altre tre cantine – anche queste socie dell’Associazione Vignaioli del Vino Santo – ovvero Maxentia, Pravis e Gino Pedrotti, usciranno prossimamente.
Vino ricco, quindi, adattissimo alle festività in arrivo, che sia Natale, Hanukkah o Mawlid al-Nabi, perché il vino o è condiviso in pace e amicizia o è meglio lasciarlo in cantina. D’altronde polvere siamo e polvere torneremo, ma come dicevano i nostri avi, tra tutta queste polvere un buon bicchiere di vino non fa mai male.
Si comincia alle 17.00 presso l’Azienda Agricola Francesco Poli, nel borgo di Santa Massenza, mangiando pane e zelten, si procede alle 19.00 con la “cerenda” su prenotazione nella cantina dei fratelli Pisoni a Pergolese, e lì si chiude con la Serata Tango animata dal Carlos Garden Trio e con la milonga organizzata dall’Associazione AnDROmeda.
Così, mentre gli astanti si danneranno le dita a roteare bicchieri, la rossa milonga inquieta strapperà loro un sorriso di tregua: perché qualcuno sarà lì per bere, qualcuno per suonare, amare e danzare, ma solo di nascosto, in attesa che qualche altro Dio non gli dica “descansate niño”, che continuo io.