Amore, eresia, libertà: il vino di fra Dolcino

Un velo monocromo sembra coprire la storia di questo Trentino: lineare, solida, compatta, una superficie liscia e senza increspature. Dove si parte, dove si arriva, chi governa il gioco: tutto evidente, nessuna possibilità di errore. Ma c’è sempre qualcosa che si inceppa: il vetro degli occhiali che si sporca, il riflesso di sole che ci abbaglia un istante, e le cose che abbiamo sempre visto prendono un colore diverso, assumono una forma strana, insolita. “Ogni goccia di rugiada nella quale si rifletta il sole brilla in un gioco infinito di colori”: di colpo capiamo che la storia non si può pitturare con una sola tinta, perché c’è sempre il rompiscatole, lo scocciatore, che prende un pennarello e traccia un segno di colore diverso. Era un grande guastafeste fra Dolcino, l’eretico originario di Prato Sesia (o di Trontano nell’Ossola, o forse di Romagnano … sempre Sesia, ma che belle le coincidenze), guida del movimento degli Apostolici dopo la morte del fondatore, quel Gherardo Segarelli arso al rogo il 18 luglio del 1300 a Parma. Figura curiosa già questo “libertario di Dio”, eretico eccentrico che, stando ad una cronaca dell’epoca, non riusciva a resistere alle tentazioni del mondo e non disdegnava il buon vino: il cronista così lo descriveva per screditarlo, ma agli occhi di noi peccatori non può che guadagnare punti! Anche Dolcino e la sua lotta ai poteri del tempo ci piace e ci conquista: tanto più che, dopo il martirio del povero Gherardino, radunò i suoi Pauperes Christi e li condusse in Trentino, precisamente a Cimego in Valle del Chiese, dove operava un gruppo di seguaci guidati dal fabbro Alberto. Forse nel Chiese, o forse prima, Dolcino incontrò Margherita, giovane e bellissima figlia di questa terra alpina: con lei portò avanti la sua opera di condanna della corruzione della Chiesa e per una società di liberi e uguali, fino a soccombere, atrocemente torturati, dopo la sconfitta della sua comunità resistente sul monte Rubello, nelle alpi Biellesi.
Una storia che la Legge – che “fa dell’ombra l’unica espressione che le corrisponde” – ha per secoli oscurato. “Ma le storie che conta / no le more mai. Le viaza en de le vene/ le passa da omeni a done/ dai pari ai fioi. E en dì le sbriza fora / calde come el sangue, nude. E ti alor te capissi / che te le avevi sempre savude”, come scrisse Renzo Francescotti.
Un pochino eretica, non a caso vista la geografia dei luoghi, è la storia del recupero della viticoltura in Valle del Chiese: ne ho parlato diverse volte, dopo aver conosciuto il progetto portato avanti con tenacia dagli amici dell’associazione Culturnova. Dopo diversi anni di lavoro, in questi strani giorni di rinnovata estate propongono a tutti gli interessati un convegno dal nome “dolciniano”: “Vitigni resistenti, cultura biologica”, in programma domenica 15 novembre a Cimego. Dalle ore 10.15 interverranno il Presidente di Culturnova Nello Lolli, il prof. Geremia Gios, il dott. Marco Stefanini (FEM), Nicola Del Monte (produttore di vino biologico in quel di Tione) e il dott. Marco Vacchetti. Voci diverse per provare a spiegare che anche qui, in questo angolo di Trentino dove non si immaginava alcuna alternativa al mais, si può mettere in discussione l’esistente: sogni visionari, quelli dei soci di Culturnova, che provano a farsi realtà, consapevoli che “battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa”. D’altronde, non si sa mai nella vita, cosa può succedere.