Bere vino a Balaklava

Le promesse vanno mantenute, cascasse il mondo dritto sui piedi di Solomon. E se qualche settimana fa ho scritto che sarei tornato a scrivere del vino delle ex repubbliche sovietiche, forse è proprio il caso di farlo. Da dove cominciamo? Abbiamo l’imbarazzo della scelta, nonostante non sia così diffusa la conoscenza della viticoltura di tutti i territori che stavano al di là della “cortina di ferro”. Anche su questa ignoranza ci sarebbe molto da dire, figlia com’è – difficile negarlo – di una cultura occidentale che ha eretto più confini di quanti non sia riuscita ad abbatterne, e che guarda ad est con presunzione e alterigia. Romania? Mendicanti. Ucraina? Badanti. Polonia? Braccianti agricoli. Reductio ad unum stolta e sprezzante, che dimentica non solo secoli di storia, ma che ignora la complessità del presente e – oggi più che mai – che finge di non capire che nel nostro futuro «‘a livella» delle turbolenze globali potrà sconvolgere equilibri che si credevano eterni.
Allora cominciamo da un territorio che evoca ricordi anche in Italia, fosse solo per quella pagina di “storia patria” – una guerra, non sia mai che le nazioni si possano fondare sulla pace e la cultura – che nessun sussidiario delle scuole elementari dimentica di citare: parlo della Crimea, strana penisola circondata dalle acque del Mare Nero, unita alla terraferma solo dall’istmo di Perekop. Crimea tornata in prima pagina negli anni scorsi, quando si è trovata al centro della guerra interna all’Ucraina tra separatisti filo russi ed esercito regolare. L’esito lo conosciamo: dal 2014, a seguito di referendum, la Repubblica di Crimea è tornata ad essere un territorio russo, annesso alla Federazione guidata da Putin. D’altronde russa lo era stata dalla fine del XVIII secolo, conquistata dall’Impero retto da Caterina la Grande, diventando presto il luogo privilegiato di villeggiatura dell’alta aristocrazia zarista. A inizio Ottocento, grazie all’impulso del conte Vorontsov, inizia la storia enoica di questo lembo di terra attorniato dal mare: e con cosa, se non con l’ovvia emulazione dei grandi vini di Francia? Ma l’esperimento non durò a lungo: troppo diverse le condizioni climatiche, la composizione del suolo, la morfologia del territorio, e non improvvisabili le competenze agronomiche ed enologiche. Fu il principe Golitsyn che diede la vera svolta, dopo la guerra di cui sopra (1853-1856), con metodo scientifico ed un’intuizione davvero geniale: produrre la bevanda più apprezzata dai russi dopo la vodka, ovvero lo Champagne, ribattezzato “Shampanskoye”, con una produzione che non si è più fermata. Ne ho bevuti alcuni al Merano Wine Festival – sempre sia ringraziato il sig. Köcher, che apre gli occhi dei ruotabicchieri sul mondo – e mi hanno divertito.
Un’altra sterzata arrivò a fine Ottocento, quando lo zar diede il compito al solito principe Golitsyn di sviluppare la viticoltura della costa meridionale, nei dintorni di Massandra, dove fu costruito un edificio di grande pregio architettonico. Obiettivo? Produrre vini dolci sul modello delle migliori tipologie di tutto il mondo. Ecco che da allora questa grande azienda (nazionalizzata nel 1936, e ancora oggi sotto diretto controllo statale) imbottiglia Xeres, Madeira, Porto, Aleatico, Tokai e altre raffinatezze. Pare che nelle segrete di Massandra ci siano oltre un milione di bottiglie: da dissetarci non solo l’ammiraglio, ma gli interi eserciti impegnati a Balaklava!