Il sogno di una coop

C’è un elemento che rende davvero originale il “sistema trentino”, caratterizzandolo profondamente: si tratta del modello cooperativo, predominante in quasi tutti i settori sociali e produttivi. Se il Trentino vive oggi una prosperità matura, accompagnata da livelli di benessere diffuso, in parte si può spiegare anche alla luce del ruolo interpretato dal movimento cooperativo nel corso della sua storia.

Una premessa dovuta, quasi accademica: la cooperazione veicola il riconoscimento della persona nella sua individualità e dimensione sociale, costituisce uno strumento di democrazia e di giustizia sociale, assume come fondanti i valori della solidarietà, della partecipazione, dell’uguaglianza e della sussidiarietà orizzontale.

Sono queste considerazioni che ci fanno amare la cooperazione: ognuno di noi è socio di una realtà cooperativa, ha in famiglia un contadino che conferisce il prodotto del suo lavoro ad un consorzio, ha il conto corrente aperto in una cassa rurale. Siamo figli riconoscenti di un Trentino che si è fatto “esperienza anomala”, rispetto al resto del nord Italia, anche grazie alla capacità di darsi un modello di sviluppo economico non completamente soggiogato alle logiche di mercato: se abbiamo frequentato scuole di buon livello, se abbiamo potuto frequentare l’Università, se possiamo fare affidamento su un welfare solido e generalmente equo, lo dobbiamo alla forza motrice di un sistema cooperativo che ha saputo dare alle generazioni precedenti la nostra gli strumenti per uscire dalla povertà e dall’arretratezza economica.

Una premessa lunga per non creare equivoci, nel momento in cui affermiamo che negli ultimi due decenni il sistema cooperativo vitivinicolo trentino ha parzialmente derogato a questi compiti, spesso venendo meno – a causa di scelte imprenditoriali e strategiche inadeguate e scarsamente compatibili con la forma cooperativa e con i suoi obiettivi – a quel ruolo di fattore di sviluppo locale che ad esso competerebbe, basato sulla valorizzazione del prodotto dei soci e sulla loro crescita culturale e sociale.

Considerazioni amare che elaboriamo da tempo, ma che hanno trovato conferma durante la splendida visita alla Cantina sociale Tramin (Termeno), una delle più vivaci esperienze del territorio sudtirolese. Le molte ore trascorse a confrontarci con il kellermeister Willy Sturz, ci hanno lasciato impressa la convinzione che gli elementi che contraddistinguono il successo di questa realtà sono esattamente quelli che la “teoria” riconosce come caratteristiche fondanti di una cooperativa: centralità del socio, forte attenzione al territorio, ricerca della qualità, investimenti in innovazione e sviluppo, crescita culturale collettiva, partecipazione. Questi gli elementi di cui vanno fieri a Termeno. E, ovviamente, buon vino: in molti casi, ottimo vino. “Una volta la cooperazione era vista come un sistema dove non si poteva fare qualità”, ci ha detto il sig. Sturz. “Ma da molto tempo non è più così: noi abbiamo la convinzione che in Südtirol, se non fai qualità, il sistema muore”. E dietro quel noi non c’è la dirigenza della cooperativa: ci sono i 285 soci, le comunità locali, le istituzioni pubbliche, i soggetti economici. “C’è fiducia reciproca: è il socio stesso, che ci impone di fare qualità, non potremmo mai tornare indietro”.

Le piccole dimensioni, la selezione dei nuovi soci sulla base delle qualità del vigneto e del viticoltore, la differenziazione del prodotto sulla base delle peculiarità territoriali, la continua innovazione come sforzo condiviso tra i soci, la valorizzazione delle specificità territoriali, la crescita professionale qualificata come servizio in favore dei soci, l’accompagnamento in vigna lungo tutto l’anno, il profilo locale del mercato di riferimento, confliggono con l’immagine dei grandi colossi cooperativi trentini, che hanno spesso dato prova di essere più attenti alla soddisfazione dei mercati internazionali che allo sviluppo socio-economico e culturale dei sistemi territoriali locali. Forse in Trentino è il caso di fermarsi un attimo a riflettere: rimettendo al centro il socio e il territorio, gli unici valori non riproducibili e per questo unici e preziosi.

Alle radici del Gewürztraminer

Alla base di tutto c’è quella che Willy Sturz definisce “bipolarità positiva”: il calcare della dolomia da un lato, il substrato porfirico dall’altro. Unita all’escursione termica e all’esposizione, ecco spiegato il mix vincente che fa sì che a Termeno il Gewürztraminer abbia trovato un habitat ideale (al di là di ogni inutile disputa sul mito delle origini). A fronte di un vero e proprio boom di questa varietà, il kellermeister ci spiega che “la lotta è e sarà sempre di più sulla qualità: il nostro prodotto deve essere riconoscibile, altrimenti spariamo”. Il Gewürztraminer “Nussbaumer” è il risultato di questa volontà: prodotto per la prima volta nel 1990 con le uve di un solo maso, ora è il prodotto più conosciuto e premiato di questa cantina cooperativa. Lo assaggiamo a ritroso dal 2011 fino ad arrivare ad un impensabile 1998: in questo viaggio nel tempo, scopriamo un’evoluzione insolita del vino, che progressivamente perde gli aromi primari, così noti e riconoscibili, e si snellisce in toni minerali e speziati. Per incanto, il vino “croce e delizia” di ogni sommelier guadagna in bevibilità e abbinabilità: un vino da aspettare con pazienza, sfatando molti tabù, per apprezzarlo in una veste insolita e –ad oggi- sconosciuta ai più.

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