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Dalla Palestina al Trentino. L’ubiquità dello Chardonnay #14

Viviamo il tempo della virtualità, dell’immaterialità, della globalità. Abitiamo un presente precario ed incerto, nel quale nessun individuo può pensarsi indipendentemente dagli altri e dove ogni territorio è al contempo il pezzo di un mosaico più grande e il prodotto di una molteplicità di culture, tradizioni e saperi. Le identità, oggi, si moltiplicano e si mescolano, come le forme ed i colori nell’incavo di un caleidoscopio.
Ecco perché sono così insofferente ai confini, linee tracciate sulle mappe geografiche che non riescono a raccontarci di una realtà fatta sempre più di interdipendenze. Ed è per questo che trovo così affascinante, in questa Europa alla ricerca di sé, la metafora danubiana del fiume oltre le nazioni, in un vasto spazio in cui ogni identità è minoranza.
Qualche settimana fa ho partecipato ad una Scuola di formazione organizzata da un’associazione trentina, dal titolo “Territoriali ed europei. Nuovi paradigmi per abitare il presente”. Si è parlato di luoghi, di reti e flussi, di identità e spaesamento, della necessità di abitare il nostro territorio senza cadere nella tentazione di pensarlo come una gabbia: abbiamo tentato di riflettere come cittadini di un mondo globale, al contempo fisico e virtuale.
La vite, con la sua capacità di adattamento, e il vino, con la sua inclinazione alla diversità, si sono fatti metafora di questo progetto. Una degustazione di Chardonnay e una di vini palestinesi, hanno restituito con precisione la capacità del vino di essere allo stesso tempo descrittore territoriale e prodotto universale in grado di adattarsi ai contesti più diversi, valorizzando la specificità di ogni territorio pur mantenendo la propria identità.
Dal Trentino alla Sicilia, dalla Borgogna alla Moravia, ogni Chardonnay ci ha raccontato un pezzo d’Europa, talvolta torrida coi piedi immersi nel Mediterraneo, altre volte fredda con le dite allungate verso Nord, altre volte ancora terra di mezzo, ponte di storie e civiltà, di lingue e tradizioni. Lo Chardonnay, vitigno ubiquitario, simbolo della globalizzazione enoica, si è dimostrato in realtà capace di declinare sé stesso in molteplici espressioni, sempre diverse e – per molti dei presenti – del tutto inaspettate.
E poi la sacralità del vino di Cana, raccontato da Ali Rashid: storia di pace e autosviluppo che richiama le Sacre Scritture e che evoca un fascino senza tempo. Ma anche storia recente di guerra e abbandono, paradigma della viticoltura come forma di resistenza all’anonimato. Storia di occhi senza orizzonte e di individui senza patria, che cercano nel vino la propria tradizione e la narrazione di sé.
Da oriente a occidente, da nord a sud, dalla pianura alla montagna, migliaia di vini ci parlano dei territori nei quali affondano le proprie radici, taluni unici e quasi introvabili, altri così diffusi da essere definiti la Coca-Cola dell’enologia. Sanno i primi valicare il proprio confine per raccontarci le storie degli uomini e delle terre che li hanno creati? E sanno i secondi, pur nella loro ubiquità, descrivere le caratteristiche irripetibili di ciascun terroir? Noi crediamo di si, purché il vino non sia un semplice bene di consumo. Ciascuno di noi dovrebbe imparare dal vino proprio questo, ad adottare uno sguardo nuovo, un po’ strabico, che ci consenta di osservare quello che ci succede attorno e di guardare, allo stesso tempo, lontano da noi.

Solomon Tokaj