Il vino e l’ironia, contro il fanatismo

Non più tardi di un mese fa, salutavo l’arrivo delle Feste con un modesto appello al dialogo: avevo di fronte il Natale, Hanukkah, Mawlid al-Nabi, il laicissimo Capodanno … queste occasioni di fratellanza se le è portate via non l’Epifania, ma il piombo dei kalashnikov di alcuni uomini che ne hanno ucciso altri in nome e per conto del loro Dio. Che questo Dio abbia davvero chiesto loro di agire in nome e per conto suo, questi fanatici non se lo sono domandati: nel loro delirio, hanno creduto che al mondo non ci sia alternativa rispetto al loro sistema di fede.
Nel mio piccolo, cerco di scrivere questa impercettibile rubrica con lievità, consapevole che è nelle debolezze – per dirla con Paolo De Benedetti – che si nasconde la forza del vivente, e la debolezza del sapersi sempre in potenziale errore è il massimo della robustezza che un uomo può esibire. L’ironia, lo sguardo dissacrante sul mondo, è la principale dimostrazione di questa forza. Ma io, qui, mi occupo di vino, dei suoi significati culturali: allora torno ai miei pensieri, nella certezza che lo studiare, il conoscere e il comprendere siano le prime condizioni per l’esercizio della tolleranza. Sta scritto nel Cantico dei Cantici “Dormo, ma il mio cuore è sveglio!”: mai abbassare la guardia del giudizio e della critica, e continuare a studiare, perché ogni goccia di inchiostro (e dopo la decimazione di Charlie Hebdo, ogni tratto di matita) è una pietra preziosa. La mia privata e silenziosa risposta al fanatismo intollerante, quindi, è stata chinarmi sui libri e provare a darvi qualche spunto di riflessione sul valore del vino nelle religioni del libro.
Nel mondo ebraico, il frutto della vite è un dono da benedire, perché il godere di tutta la creazione divina è un obbligo di riconoscenza. Il Qaddiìsh dello Shabbàt recita: “Benedetto sia Tu Signore nostro Dio, Re del mondo, creatore della vite”, e nei Salmi il vino “rallegra il cuore degli uomini”. Ma la fruizione delle cose del mondo deve essere corretta: l’uso smodato di ogni cosa, vino compreso, rende l’uomo meno libero, non certo di più. Nei Proverbi il re Salomone ci avverte che “il vino porta ad esser rissosi (…): chiunque ne abusa non è saggio”. Non c’è censura del desiderio, solo un avvertimento rispetto all’eccesso. Lo stesso si trova nel Corano, nella primissima epoca dell’Islam, dove il vino viene considerato dono di Dio e il divieto è condizionato. Nel paradiso promesso ai fedeli, si trovano “qui ruscelli con acqua aulente, là altri in cui scorre latte dal gusto inalterabile, altrove, ruscelli in cui scivola il vino, delizia di palati raffinati”. Il divieto di bere vino viene introdotto gradualmente dal Maometto; ma la vite continuò ad essere coltivata, il vino ad essere prodotto e bevuto: “Non posso vivere senza il purissimo vino – Senza il vino, il peso vile del corpo trascinare non posso – Tutto darei per il momento in cui mi dice il coppiere: Prendine un altro bicchiere, ed io, già ebbro, non posso”, scrive il matematico, astronomo e poeta persiano Omar Khayyam nell’XI secolo, in bilico tra fede e scetticismo. Ridurre il tutto ad uno è impossibile: ricordiamo quindi Cabu, Charb, Wolinski e gli altri con un brindisi, un vino rosso marocchino di Meknes, o il vino di Cana rinato con la cooperazione in Palestina, in barba ai fanatici di ogni risma, perché “la forma essenziale dello spirito è allegria, luce, e la legge fa dell’ombra l’unica espressione che le corrisponde: dovrebbe andar vestita solo di nero, eppure tra i fiori non ce n’è alcuno che sia nero”.