Coltiviamo la diversità: un proposito per il 2015

È un piccolo ma significativo onore aprire un nuovo anno delle rubriche del Corriere del Trentino e dell’Alto Adige. Come sfruttare al meglio questa occasione? L’approccio più tradizionale mi offrirebbe due opportunità: la classifica del meglio dell’anno passato e la lista dei desideri per l’anno che viene. Sul primo fronte, rischierei solo di aggiungere qualche parola ai fiumi di inchiostro già versati sulle varie guide che hanno valutato in lungo e in largo i vini trentini e sudtirolesi. Che dire di più? Quindi niente classifiche, care lettrici e lettori, e dell’anno passato ritaglio solo un ricordo che merita di salvarsi dall’oblio: ricorreva infatti, nel 2014 che ci lasciamo alle spalle, il decennale della scomparsa di Luigi Veronelli detto Gino, un uomo che con il suo pensiero e la sua azione ha contribuito a plasmare l’immagine del vino e della gastronomia italiana del dopoguerra. Non dimentichiamoci di quanto ha fatto: non tanto come un santino o una reliquia, ma come uno spunto continuo di azione, come incentivo ad una teoria e ad una prassi tese al continuo miglioramento, dalle pratiche agronomiche alla promozione delle eccellenze territoriali, dalla tutela dei saperi tradizionali alla scoperta di nuovi modelli produttivi sostenibili ambientalmente, economicamente e socialmente. Se avete qualche ora di tempo liberato, in questi giorni, dedicatevi alla lettura di “Le parole della terra. Manuale per enodissidenti e gastroribelli”, un piccolo pamphlet nato dalle conversazioni con Pablo Echaurren. Si parla di rivoluzione e di quelli che Veronelli considerava i suoi unici possibili protagonisti: i contadini. I Sem Terra brasiliani, o gli indios boliviani, penserete voi: no no, i contadini tutti, anche quelli delle nostre latitutidini, intendeva il Gino, tra una citazione di Carlo Pisacane e un’invettiva contro l’assurdità delle leggi, troppo spesso “fatte contro i protagonisti”. Solo un eretico, un libertario, un eterodosso come Luigi Veronelli poteva parlare di contadini rivoluzionari e vedere nella terra una possibile via d’uscita: oggi, al netto dei romanticismi neoruralisti o dell’enogastrofighetteria, sembra difficile non dargli ragione. Così come solo un uomo libero come il sudtirolese Claus Gatterer poteva scrivere, negli anni Sessanta segnati dalle tensioni etniche, un libro su Cesare Battisti, , nel quale emergono forti gli ideali di convivenza e solidarietà tra popoli e il rifiuto di ogni nazionalismo. Claus Gatterer, nato negli anni Venti in Pustertal da una famiglia piccolo contadina, riuscì a superare ogni tabù, ad andare controcorrente, a scrivere parole di pace, rispetto, fratellanza. Non ho potuto non pensare al suo insegnamento quando pochi giorni fa, nelle splendide saune di Sand in Taufers, il guasto dell’impianto stereo è stato risolto da un addetto del centro, un ragazzo sudtirolese che armato di chitarra, a 90 gradi e con tre aufgussmeister che creavano bollenti flussi di calore roteando i loro teli, ha intonato “Generale”, e tutti a a cantare con lui, italiani, trentini e tirolesi: l’aufguss più bello della mia vita, un simbolo plastico e concreto della policromia e della feconda diversità di queste terre di confine. Ecco, questo quindi il desiderio che mi sento di esprimere per il 2015 appena iniziato: anche nel mondo del vino, coltiviamo le diversità, apprezziamo i valori degli altri, cooperiamo in modo corale, cercando di alzare sempre lo sguardo, come scriveva Alex Langer, sopra il bordo del nostro piatto.