Una strategia sostenibile per l’agricoltura trentina

In attesa di vederlo all’opera nella sua nuova veste di Presidente della Fondazione Edmund Mach, il professor Andrea Segrè ha già ottenuto apprezzamenti e fiducia. Il mondo contadino locale vede in San Michele un faro per navigare nelle acque turbolente di un’agricoltura sempre più globalizzata, nella quale non si fanno i conti solo all’interno dei confini regionali o nazionali, ma con competitori agguerriti e mercati che possono modificare in un istante i punti di riferimento che si ritenevano scontati. La riflessione su quali siano le strategie da adottare, per condurre la nave nei porti sicuri della sostenibilità ambientale, economica e sociale, si fa sempre più urgente, e la FEM ha e avrà un ruolo insostituibile nel definire la rotta: il curriculum e le competenze del prof. Segrè, in questo senso, sembrano ispirare good vibrations nei contadini trentini e negli addetti ai lavori. “L’esperienza di Segrè può essere molto utile nella costruzione di un proficuo e costruttivo rapporto diretto con i cittadini-consumatori, al fine di definire un vero patto fra produttori ed acquirenti nell’interesse delle filiere locali”, mi dice Walter Nicoletti, giornalista da sempre attento ai temi dell’agricoltura e dello sviluppo locale. “Anche per questo sarebbe auspicabile l’entrata negli organismi dirigenti della FEM di un esponente della società civile, in rappresentanza dei consumatori, del mondo della gastronomia e dell’alimentazione, nonché delle categorie economiche più vicine all’agricoltura”. Che orizzonte si deve dare la strategia della Fondazione? “L’auspicio è quello che prosegua con convinzione sulla strada del continuo miglioramento della salubrità della nostra agricoltura, con ulteriori aperture ai progetti ad impatto zero e al biologico. È essenziale che la ricerca si preoccupi delle ricadute immediate nel settore agricolo, così come è fondamentale che la stessa si orienti con sempre maggiore convinzione al modello agricolo alpino. È necessario agire sulla strada dei Biodistretti con un coinvolgimento della FEM anche da un punto di vista socio-economico”. Al centro, quindi, la questione della sostenibilità: ma come declinarla e renderla davvero un progetto di politica agricola? L’accusa che in molti fanno è che la questione della sostenibilità sia solo uno slogan, per lo più debole: non sarebbe un valore aggiunto per il territorio, dal momento in cui tutto il mondo alzerà la bandiera della sostenibilità e ne farà un elemento distintivo. Ma è solo una questione di mercato? Preservare il territorio e la salute di chi lo abita non può essere finalizzato solo a definire un bel brand: è un bene e un valore in sé, se vogliamo immaginare una prospettiva per l’agricoltura di un territorio delicato come il nostro. Che poi dietro alla retorica green ci sia tanto marketing e tanta speculazione, questo è vero: ma ciò non toglie che sia un dovere per tutti i protagonisti del mondo contadino trovare soluzioni innovative e condivise per migliorare il modello produttivo. Che, ce lo hanno ricordato le più recenti polemiche giornalistiche (per quanto sbraitate e sensazionalistiche), di miglioramenti ne deve fare tanti. E’ ancora troppa la chimica usata in campagna: e se le difficoltà climatiche del nostro territorio in parte sono una giustificazione, non possono rappresentare un alibi per non cambiare. Pensare al mondo rurale come ad un bene collettivo può aiutare tutti a prendere le decisioni più sagge: ne va del futuro di un’intera comunità.