Il Teroldego, l’oro del Tirolo

Che derivi o meno da Tiroler Gold, «oro del Tirolo», certo è che il Teroldego è uno dei pochi vitigni locali ai quali si può affibbiare senza troppi dubbi l’etichetta di autoctono. “Questa varietà di vitigno si trova coltivata intensivamente nel bacino di Mezzolombardo e Mezzotedesco e sporadicamente in maggior o minor quantità in tutto il paese viticolo della parte italiana della provincia. Il Teroldico desidera terreno alluvionale piuttosto sciolto e fertile con sottosuolo permeabile”, scrivevano nel 1898 i tecnici del Consiglio provinciale dell’agricoltura del Tirolo, in un Almanacco Agrario (grazie a Gianpaolo Girardi per la citazione). È proprio nei terreni ghiaiosi del Campo Rotaliano, infatti, che ha la sua principale dimora questa varietà, senza dubbio la più nota del Trentino, imparentata in modo strettissimo con il Lagrein e che può vantare il Pinot come lontano ma celeberrimo antenato. Già a fine Ottocento la produzione si attestava intorno agli ottantamila ettolitri: oggi sono circa novantamila i quintali prodotti ogni anno, facendone così la più diffusa varietà a bacca rossa coltivata tra Borghetto e Salorno. Non solo nella piana Rotaliana, però, è coltivato con successo: i vignaioli delle Colline Avisiane rivendicano con orgoglio la qualità di un «Teroldego di collina» oggi non più diffusissimo, ma riconoscibile nelle sue caratteristiche di schietta freschezza. Chiedere ai fratelli Cobelli, per conferma, o a Luca e Tranquillo di Bellaveder.
Il Teroldego sta vivendo un buon momento, soprattutto grazie ad alcuni suoi talentuosi interpreti: persone come Elisabetta Foradori, che hanno creduto in questo vitigno in tempi non sospetti, e che ora raccolgono i frutti di una lenta e dolce pazienza. Marco Donati, i Dorigati, i de Vescovi Ulzbach, Elio Endrizzi, gli Zeni di Grumo, la famiglia Endrizzi, Cipriano Fedrizzi, Giorgio Zeni, Rudi Vindimian e altri bravi vignaioli (se ho scordato qualcuno, mi si perdoni la dimenticanza!) compongono un bel team di teroldeghisti che portano in giro per l’Italia e l’Europa questo vino prestigioso e dalla lunga storia. Voglio dedicare qualche riga, però, ad una cantina in particolare, una famiglia trentina dalle idee chiare e dalla vista larga: Paolo e Mara dell’azienda agricola Redondel, Mezzolombardo. Rappresentano per me l’essenza stessa del terroir: il vino come manifestazione tangibile della storia, del rapporto tra il territorio e l’individuo, descrittore dell’identità territoriale intesa come il complesso sistema di regole e valori che si sedimentano in un particolare contesto. “Il mio teroldego è duro, ruvido, come il Trentino, come la roccia, come la gente di montagna, come il nostro clima, che quando è caldo è caldo e quando è freddo si gela”. Parlare di sostenibilità con Paolo significa entrare nella complessità di un concetto pieno, denso: sostenibilità ambientale, sì, senza dubbio, perché il suolo è un bene prezioso, così come la salute dei contadini e della comunità; economica, perché non si vive solo di idee; ma anche e soprattutto culturale, con un rispetto per il genius loci che si spiega in poche parole: “Faccio solo Teroldego perché ho i campi qui, nella Piana Rotaliana: cos’altro posso fare?”. Come raccontare altrimenti la scelta di non cedere alle lusinghe di un mercato vorace ma volatile, che consiglierebbe di differenziare la produzione puntando su varietà internazionali, più facilmente smerciabili? Viva il coraggio dei Vignaioli, padroni del proprio destino!