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Le fotografie di Scianna. Autobiografia di sapori #25

L’uomo è ciò che mangia o anche come mangia? Cibo e vino sono solo un fatto alimentare o questioni sociali e culturali? Certo l’industrializzazione e il consumismo, elevato a fondamento antropologico del capitalismo – “consumo dunque sono”– spesso hanno azzerato la possibilità di scelta, tanto attraverso l’omologazione dei gusti quanto con la standardizzazione alimentare. Ma sono così tanti i ricordi, belli o brutti, legati al cibo e al vino, da farmi credere che parte della nostra identità possa essere ricondotta ad un insieme di gusti, profumi, colori e consistenze. Quante volte camminando in strada, magari in una città che non è la nostra, il sentore di un pur vago profumo è sufficiente a far riaffiorare il ricordo di un pasto, magari dimenticato nei meandri della nostra memoria?
A me capita spesso, ed è forse questo il motivo per cui mi sono visceralmente appassionato alla lettura dell’ultimo libro di Ferdinando Scianna, tra i più importanti ed influenti fotografi italiani: questo bel volume, dal titolo “Ti mangio con gli occhi”, verrà presentato alle Gallerie di Piedicastello venerdì 6 dicembre, alle ore 18.00. Lo stesso Ferdinando Scianna dialogherà col prof. Claudio Giunta, docente di letteratura italiana all’Università di Trento.
In questo libro, tutto ruota attorno alle tradizioni culinarie: ogni ricordo si fa pretesto per il riaffacciarsi di immagini, sapori, luoghi e persone, storie di popoli e di territori, nelle quali si confonde anche l’autobiografia dell’autore. Emozioni da riflussi di memoria che attraverso i sapori mediterranei si fanno racconto, come se il bagaglio di ricordi di una vita intera potesse contenere il bancone del bar all’angolo o la merce dei carretti dei venditori ambulanti di Bagheria.
Il libro di Scianna è un viaggio, un carnevale di urla, colori e odori, tra caffè cremosi, cassate, cannoli, sfince e sfincioni, gelati, vini forti come il sole del sud, grida di mercati, frutti carnosi e succosi, ricotte appena cagliate, pane, olio, limoni, pannelle mangiate in strada, milza e polmoni, polpi, capretti, granite, cous cous, focacce, pasta, sarde e altri sapori, a volte mai più ritrovati, essi stessi memoria.
Le immagini, nel libro, non sono solo un complemento dei testi, ma la raffigurazione viva e potente di un’istantanea riaffiorata dal passato. Le nostre pagine facebook e i nostri account twitter, i giornali e i siti internet, rigurgitano in continuazione foto di piatti, tavole imbandite e bicchieri pieni. È un modello, quello della comunicazione wine&food imperante al tempo dell’indigestione digitale, tutto teso alla rappresentazione immediata del cibo e del vino, immobilizzati in un eterno presente e paradossalmente, pur sviliti a prodotti di consumo, assunti a simboli di riconoscibilità sociale.
Il libro di Scianna incarna un modello comunicativo diverso, dove il cibo ed il vino si fanno descrittori, specchio dei territori, delle popolazioni, delle loro identità e culture. Perché “in una cucina – ed anche in una cantina nella produzione di un vino, aggiungo io – si medita incessantemente sulla bellezza della natura, sulla varietà dei sapori, dei colori, dei cibi e degli ingredienti che usiamo e sulla possibilità, e la difficoltà, che sono poi il fondamento di ogni gesto culturale, di trasformare tanti elementi in qualcosa di nuovo e diverso. Di costruire altri specchi della nostra verità umana”.

Solomon Tokaj