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Dom Pérignon e luganega: una storiella talmudica

Qualche giorno fa è tornato a galla, nello stagno della mia memoria, un passaggio della storia talmudica del forno di Aknai, nella quale si narra della diatriba tra rabbi Eliezer e un gruppo di rabbini. Non importa tanto il merito del dibattito tra dotti, ma la storia in sé. Rabbi Eliezer, confrontandosi con altri saggi, portava argomenti a suo favore, ma nessuno concordava con lui. Allora cominciò a chiedere il supporto degli elementi. “Se la Halakhah (la parte normativa della tradizione ebraica, nda) concorda con me, lo provi questo torrente d’acqua”, e il torrente andò all’indietro. “Un torrente d’acqua non prova nulla”, dissero i rabbini. “Se la Halakhah concorda con me, lo dimostrino i muri della scuola”, e i muri della scuola si piegarono quasi al punto di crollare. Ma rabbi Yehoshua li rimproverò: “Perché vi mettete in mezzo mentre i dotti stanno discutendo?”. Il povero rabbi Eliezer allora tentò la mossa più convincente. “Se la Halakhah concorda con me, lo provi il cielo”, nientedimeno. Al che il cielo tuonò: “Perché continuate a discutere con rabbi Eliezer, non vedete che in ogni cosa la Halakhah concorda con lui?”. Ma rabbi Yehoshua non fece una piega nemmeno di fronte a tanta autorevolezza, si alzò e citando il Deuteronomio (30,12) disse: “Non è nel cielo!”. Apriti cielo, verrebbe da dire, un uomo che si oppone all’Eterno! Ma il Talmud non si ferma qui e racconta di rabbi Natan che, incontrando il profeta Elia asceso in cielo, gli chiese che cosa avesse fatto il Santo davanti a quella risposta. “Ha riso con gioia”. E con gioia ho riso anch’io, quando ho ripensato a questa storiella, mentre in occasione di un evento festoso, la nascita di una bambina, l’amico di famiglia nonché neo-nonno, tra una fetta di lardo e di luganega, ha portato in tavola un Dom Pérignon d’annata, lasciando tutti di sale, come la moglie del povero Lot. Il divino Champagne caduto sulla tavola di noi mortali, come reggere il peso? Saremo all’altezza? Sarà l’occasione adatta? Diremo le cose giuste o ci mostreremo nella nostra inadeguatezza? “Non è nel cielo!”, esclamò rabbi Luciano, riportando tutto al giusto ordine. Forse non proprio queste le parole, anzi, sicuramente non lo erano: “L’importante è che sia buono!”, più probabile, o forse “Avanti popolo, apritelo senza fare storie!”. Fatto sta che, attrezzati di solidi duralex, ci siamo goduti quanto era nostro, il vino, dominio umano, non certo divino né di una casta di sacerdoti. Non è iconoclastia (quella emerge ad esempio dalla storia del San Leonardo finito brulè, che ho raccontato qualche Natale fa), né tantomeno la volontà di negare che ci sono cose alte e cose basse, o dimostrare che le stesse si confondano: solamente, ma non è poco, il gusto spavaldo di rivendicare la possibilità dell’uomo di scoprire, interrogarsi, verificare, perché nel vino come nella cultura non ci dovrebbero essere ostacoli d’accesso. La fortuna – sotto forma di amici ricchi e munifici – ti ha dato in dono una bottiglia di Dom Pérignon? Non aver paura di aprirla nel momento più improbabile! Nel vino è giusto contestare le profezie, le rivelazioni mistiche degli illuminati, ed è bene provare e riprovare, gustare e rigustare, senza negarsi il piacere del confronto continuo, dell’esegesi, del commento dialogato tra pari. Se nemmeno la Torah “è nel cielo!”, ma a disposizione dell’uomo, figuriamoci se non lo può essere il vino. Lechayim, alla vita!