Finis Austriae, fine dell’Europa: il gusto amaro dei reticolati

Bevo un bicchiere di Grüner Veltliner, il verde Veltliner che tanto mi piace: è una bottiglia verde pure quella, etichetta semplice, rigorosa, elegante nei suoi dettagli impercettibili. Penso alle colline del Kamptal sulle quali questo vino è stato prodotto, nei dintorni di Langenlois, poco sopra Krems an der Donau: una regione cerniera tra la valle del Danubio e le pianure morave, interrotta a nord dai fossili della Cortina di Ferro, a ricordarci una storia recente troppo facile da dimenticare. Che vino, il Grüner Veltliner! Ha tutte le contraddizioni del «frainteso e anche abusato spirito della vecchia monarchia», quello che permetteva al Trotta de “La Cripta dei Cappuccini” di Roth di «sentirsi di casa a Zlotogrod non meno che a Sipolje o a Vienna». Robusto e austero, ma lieve da sembrare a volte persino sfuggente: cosa rimane in bocca, freschezza o calore? Chi lo sa, dipende dai giorni e dall’inclinazione dello spirito: di certo un gran ricordo, una struggente nostalgia.
Bevo un bicchiere di Zweigelt, un incrocio di quanto di più asburgico ci sia: St. Laurent e Blaufränkisch, San Lorenzo e Franconia alle latitudini più latine. Scordatevi le delicatezze delle corti viennesi, lo Zweigelt è già figlio del Novecento, inventato dal professore che lo ha battezzato per resistere alle intemperie del secolo: e ci è riuscito, a ben vedere, ora che è di gran lunga la varietà rossa più diffusa su suolo austriaco. Come il Grüner Veltliner, lo Zweigelt se ne infischia del Brennero, lo ha attraversato come barbatella e torna a farlo imbottigliato come vino: nei vigneti verticali della Eisacktal ha trovato il suo spazio, con soddisfazione di tutti. Di me e dei miei compari, di certo, che lo godiamo ogni autunno durante i Törggelen del nostro amico Norbert Blasbichler, accompagnandolo alle saporite castagne di Feldthurns. Apro ancora il Roth d’occasione e ci trovo il caldarrostaio Joseph Branco di Zlotogrod. «“Questo è solo un caldarrostaio” disse Chojnicki, “ma vedete? È addirittura un mestiere simbolico. Simbolico per la vecchia monarchia. Questo signore ha venduto le sue castagne ovunque, in metà dell’Europa si può dire. Dappertutto, ovunque si mangiassero le sue caldarroste, era Austria, governava Francesco Giuseppe. Oggi niente più caldarroste senza visto. Che razza di mondo!». Il caldarrostaio girovago simbolo di un mondo scomparso, ancora più di quanto non fosse l’aquila bicipite o il baffone di Cecco Beppe. Il povero Joseph Branco, che non lo capiva fino in fondo, ma si muoveva come mosso da uno «spirito potente che è in grado di accostare ciò che è distante, di rendere affine l’estraneo e di conciliare l’apparentemente divergente».
Bevo un Blaufränkisch, che è vigna cosmopolita, territoriale ed europea come piace a chi ancora esercita il pensiero critico. Bere Blaufränkisch significa bere in più lingue, perché è Franconia, Frankovka, Kekfrankos, Lemberger, e difficile che qualcuno possa rivendicarne l’esclusiva: Zweig lo avrebbe definito un vino commovente, perché è senza patria, anzi, di patria ne ha due o tre ma non sa interiormente a quale appartenere.
Bevo e penso che a breve questi vini avranno uno sgradevole retrogusto metallico: quello dei reticolati che divideranno l’Austria dal resto dell’Europa, ritornando a fissare paletti lì dove erano stati divelti. E il nostro amore per Vienna ritornerà ad essere tragico, perché, come disse tante volte il capostipite dei Trotta, «eternamente non ricambiato».