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Il calice non è solo merce, ma patrimonio dei territori #1

Una rubrica sul vino è quanto di meno originale si possa trovare, di questi tempi, nel panorama dell’offerta editoriale. Forse nemmeno nei roaring years di fine secolo scorso, quelli segnati dalla resistibile ascesa del nuovo mondo, il vino aveva conquistato un posto cosi centrale nell’immaginario culturale occidentale. Non solo vino: la tavola imbandita con piatti e bicchieri pieni – o forse la sua fotografia rapidamente condivisa- è lo specchio più o meno realistico di una società che sembra improvvisamente aver realizzato il motto feuerbachiano “der Mensch ist was er isst”, anche se meglio sarebbe dire che, oggi, l’uomo è ciò che racconta di mangiare (e bere), in una nuova versione del materialismo radicale. Ma ciò su cui vale la pena interrogarsi, è il ruolo del vino in questa maratona collettiva di esibizione del quotidiano. Merce da mettere in mostra per rappresentare una parte di sé? E cosa resta dietro al vino- merce, prodotto commerciale attraverso il quale realizzarsi nel consumo? Se il vino è solo merce, quali sono i fattori che ne determinano il successo? Il prezzo e le strategie di marketing, in primo luogo. E poi tutto il resto. Ecco, io ho deciso di partire da tutto il resto. I territori, con le loro caratteristiche originali e irripetibili; i vignaioli, portatori di saperi e conoscenze radicate nei territori, cultori della tradizione e traditori della stessa, nella continua ricerca di riprodurla e attualizzarla; i paesaggi rurali, modellati dal lavoro dell’uomo, libri aperti e mai finiti sui quali si rappresenta una saga che non ammette di essere stravolta ma impone continui, essenziali accorgimenti. Sono partito qualche anno fa, percorrendo in bicicletta i territori dell’ex impero austroungarico: il ritmo lento delle due ruote mi ha permesso di cogliere dettagli altrimenti invisibili, dettagli che tracciano linee sottili che travalicano i confini degli stati nazionali, leggere vesti di Arlecchino, come scriveva Fernand Braudel, sempre più incapaci di dire qualcosa di vero su questa nuova Europa in costruzione. Ho bevuto Frankovka negli sklepy moravi, Blaufrankisch negli Heuriger austriaci, scoprendo poi che la Franconia anche in Trentino meriterebbe un po’ di attenzione. Sono andato oltre Praga, bussando alla “porta boema”, alla ricerca del Pinot Nero del nord e trovando il San Lorenzo, che da noi e’ “il primo” e finisce nei bicchieri quando lì, al limite estremo del vigneto europeo, è spesso ancora da vendemmiare. Tra le anse del Danubio ho placato la sete con il Grüner Veltliner, che ho ritrovato sempre verde e fresco tra le vigne di Austerlitz, Veltlinske Zelene che affonda le radici su strati e strati di storia. Tornato a Trento, qualcuno di buona memoria ha scovato tra i ricordi quel Veltliner verde che a settembre finiva in cantina. Vini imperiali, Imperial Wines, dal gusto popolare che unisce ma non omologa, in grado di descrivere le affinità senza celare le differenze. E se il Karl barbuto da Treviri svelava l’arcano della forma merce mostrandone i rapporti sociali nascosti, io ho finito per scoprire dietro al vino il rapporto tra l’uomo e il territorio, che prima di farlo “merce” lo rende elemento di condivisione, di solidarietà e di conoscenza reciproca.

Solomon Tokaj