Il Veltliner della Valtellina

“Deve prendere appuntamento e portargli due tre bottiglie di vino buono, non una qualche brodaglia che so io, lo sghelmo se ne intende, Veltliner, beve solo Veltliner, e solo imbottigliato a Sondrio, e per cominciare dargliene una bottiglia sola ma fargli vedere da subito anche le altre due, in modo che sappia che può guadagnarsele, e poi sganciare la seconda bottiglia al momento giusto, ma la terza solo alla fine, è l’asso nella manica, al Placi viene l’acquolina in bocca quando fiuta il Veltliner, poi non lo ferma più nessuno”. In “Ultima sera”, Arno Camenisch – scrittore svizzero, nato nei Grigioni e legato alla lingua romancia – cita spesso il Veltliner, un non meglio specificato vino di cui questo strambo personaggio, il Placi, sembra essere un notevole appassionato. Camenisch è edito da Keller Editore, e diverse volte è apparso tra le letture delle degustazioni libro/vino organizzate assieme a questa casa editrice roveretana. Ma di che vino stiamo parlando? La mia maniacale passione per il Grüner Veltliner mi ha fatto subito pensare a questa mitica varietà a bacca bianca, famosissima in Austria (mai bevuto un GV della Wachau? Malissimo!), diffusa in Moravia, ben rappresentata in Valle d’Isarco (Garlider, Manni Nössing, Pacherhof, Eisacktalerkellerei …), ahimè ormai scomparsa in Trentino. Ma avevo afferrato un granchio colossale, perché il Veltliner di cui parla Camenisch, bevuto a litri nelle osterie dei Grigioni, nulla ha a che vedere con quel vino bianco che sembra mutuare il nome dalla Valtellina ma che in realtà, con questa, pare non avere alcun rapporto storico. È il Veltliner di Camenisch, invece, che c’entra con la Valtellina, eccome! Un vino rosso, prodotto con le uve coltivate sugli scoscesi pendii che l’uomo nei secoli ha addomesticato attraverso una poderosa, ciclopica “infrastrutturazione” del territorio che ancora oggi abbiamo davanti agli occhi: sono i terrazzamenti con muri in pietra a secco, che caratterizzano la Valtellina come pochi altri posti al mondo. Le uve sono della varietà Chiavennasca, una sottovarietà del Nebbiolo, vitigno piemontese per eccellenza ma che anche qua ha trovato casa, e non da ieri: già nel XVI secolo è testimoniata la sua presenza in quella valle alpina. Diversi i tipi di Chiavennasca che lì vengono coltivati: Ciavenascon, Ciavenasca e Ciavenaschin, usando il dialetto dei contadini locali, anche se l’ultimo sembra essere un tipo di Grignolino, più che di Nebbiolo. Tant’è, su quei terrazzamenti che sembrano sfidare la gravità si coltiva la vite da sempre, e quel vino per secoli ha preso la strada del nord, superando il Passo dello Spluga e altri valici alpini, per raggiungere i mercati del mondo tedesco e soddisfare anche il povero Placi. Ma perché vi parlo della Valtellina? Oibò, perché non dovrei parlarvi di vini delle terre alte, di viticoltura eroica, di contadini di montagna? E poi, perché il Valtellina Superiore, con le sue sottozone Inferno, Grumello, Sassella e Valgella è uno di quei rossi ancora troppo sottovalutati, tra gli amanti del buon vino. Ne berrò di eccellente questa sera, in una prestigiosa cantina di Chiuro, accompagnato dall’enologo trentino “prestato” alla Valtellina di cui scriverò venerdì prossimo: sarò lì con alcuni ambasciatori dei Vignaioli del Trentino, invitati in Valtellina a presentare il Trento, la Nosiola, il Marzemino e il Teroldego, per un sodalizio alpino che lascia ben sperare.