L’incanto della frontiera

“C’è un incanto che appartiene a tutte le frontiere, e risponde a quella commozione irrazionale, viscerale, che non può non provare, al cospetto di ogni frontiera, chiunque ami davvero la libertà. Ma ciò che ci commuove e sconvolge regolarmente e gioiosamente quando passiamo il confine o anche soltanto quando ci avviciniamo al confine, è la sensazione di “cambiare” o anche soltanto di “poter cambiare”. Ed ecco perché, sebbene io mi sappia, dalla nascita e per costituzione, contrario a tutte le frontiere e di qualsiasi specie, benedico le frontiere per la gioia che si prova a superarle e, se necessario, ad infrangerle”. Quando Mario Soldati arriva in Friuli, nell’autunno del 1970, riconosce l’elemento che ne plasma l’identità stessa: la frontiera. Ed emerge il suo lato “eversivo”, di un’eversione prepolitica, quasi infantile, dettata dal gusto per il cambiamento e dalla ripulsa di ogni autorità invasiva: perché spostarsi è cambiare, e cambiare è liberta.
Di storie di confine ne abbiamo raccontate già molte: d’altronde la vite e il vino si prestano a questo scopo, la loro storia è essa stessa storia di passaggi, di attraversamenti e contaminazioni, di genti in movimento, di territori adottivi ancor più che di terre natali.
Il Friuli di racconti di frontiera ne ha a bizzeffe, e molti possono avere il vino come protagonista. Siete mai stati in Carso? Un altopiano di rocce calcaree e ferrose, battuto dal vento che spinge dal mare, dove ogni metro quadro di terra coltivata è una conquista. Qui passa un confine, e quanto sangue lo ha bagnato: i contadini lo hanno sempre vissuto in modo osmotico, inevitabilmente, perché quel confine è andato e venuto, e non val la pena abituarsene. I vignaioli del Carso triestino si chiamano Lupinc, Vodopivec, Skerlj, Skerk … i loro vitigni, Vitovska e Teran. Vignaioli e vitigni di confine, che incarnano profondamente la multiculturalità di quelle terre, che ancora un po’ si respira per le vie della vicina Trieste.
Vitovska e Teran sono tra quelle varietà dall’anima dibattuta: parlano lingue diverse, hanno nelle radici percorsi lunghi e non sempre chiari, ma al contempo hanno un territorio, uno solo, che li ha plasmati e che esse hanno contribuito a plasmare. Sono molti questi vitigni, forse i più: la vigna, come si è detto, è vagabonda e stanziale, rifuggendo – come ha sempre fatto l’uomo, liberato dagli stereotipi d’accademia – ogni categoria troppo stretta.
In Friuli ce n’è un altro, di questi vitigni: la Ribolla, Rébula per gli abitanti della Brda, che da secoli e secoli lascia tracce di sé nella storia delle terre che da Tarcento, passando per il Carso, arrivano in Istria. Ma ne puoi trovare ovunque, e questa rubrica è troppo piccola. Uno per regione, allora (finché esisteranno ancora, prima che il pensiero unico del centralismo ne faccia strame): la Chiavennasca in Lombardia, simbolo della Valtellina ma forestiero, che richiama la val Chiavenna e i suoi traffici tra il nord e il sud delle Alpi; in Puglia il Primitivo, gemello dello Zinfandel californiano e originario dell’altra sponda adriatica, quella dalmata; in Piemonte, lo sconosciuto Avanà, di natali francesi, che troverete solo lì dove qualcuno parla ancora occitano, ai confini storici col Delfinato. A proposito di confini, questa sera a Trento e domani in Val Badia suona l’Orchestra popolare delle Dolomiti, un ensemble di musicisti trentini, sudtirolesi, veneti: queste montagne di frontiera e le loro genti, tradotte in musica!