Il Manzoni bianco davanti ad un incrocio

Nomen omen? Un po’ ci crede il buon Kurt Rottensteiner di Brunnenhof, che ha il suo vigneto di Incrocio Manzoni proprio sul bivio della strada di Mazzon, e per non sbagliarsi ha dato alla bottiglia un nome di fantasia, Eva: “Non vorrei che qualcuno pensasse che chiamo il mio vino come un incrocio di strade”, mi disse sorridendo. Il nome, in effetti, conta molto nel successo di un vino. E se questo è davvero un grande vino, come l’Eva di Brunnenhof, allora non si può rischiare di comprometterlo con un nome che richiama la viabilità stradale più che il nettare di Bacco. Di cosa sto parlando? Ma dell’Incrocio Manzoni 6-0-13, il “capolavoro di Manzoni”. Non è ancora chiaro? Facciamo qualche passo indietro.
Tutte le varietà di vite attualmente coltivate sono il frutto di secoli e secoli di incroci più o meno spontanei, l’esito delle infinite combinazioni che la natura può produrre. Un processo lungo, durante il quale si sono selezionati i vitigni attualmente in uso: talvolta per fortuita casualità, molte altre per ingegno umano, nel corso della storia si sono affermate le varietà considerate migliori per un determinato territorio, per un certo modello di consumo, per il gusto dell’epoca. La trasformazione della piattaforma varietale del Trentino ne è un esempio, con il suo continuo mutare dalle antiche varietà ai vitigni mitteleuropei, fino all’avvento dei cosiddetti internazionali.
L’evoluzione dei saperi e delle tecniche in campo agrario ha permesso di accelerare questi processi selettivi: tutto il Novecento è stato caratterizzato, in questo senso, da un continuo lavorio teso al miglioramento genetico della vite mediante incrocio e ibridazione.
Uno dei principali protagonisti di questa attività di ricerca è stato il professor Luigi Manzoni, nato ad Agordo nel 1888, laureato in Agraria all’Università di Pisa, poi titolare della cattedra di Scienze Naturali alla Scuola di Conegliano, poi preside del medesimo Istituto tra il 1933 e il 1958. Il figlio Giovanni è un nome celebre in Trentino, essendo stato Preside e Direttore a San Michele fino al 1985. Sotto la sua guida, l’Istituto divenne uno dei poli di insegnamento e ricerca più importanti d’Europa.
Ma torniamo al padre e ai suoi studi, che tra il 1924 e il 1935 furono tutti orientati ad “ottenere un vitigno ad uva bianca ed uno ad uva nera da sostituirsi con vantaggio alle varietà fino ad ora coltivate”.
Un impegno enorme portato avanti con mezzi non sempre all’altezza, in termini di personale e di superfici sperimentali, ma che portò comunque il professor Manzoni ad ottenere moltissimi incroci che presero tutti il suo nome. Trebbiano per Traminer, Riesling renano per Trebbiano, Prosecco per Cabernet Sauvignon, infine l’incrocio perfetto Riesling renano per Pinot bianco che, con il numero 6-0-13, divenne l’“Incrocio Manzoni” per antonomasia.
In Trentino e in Sudtirolo sono molti i protagonisti di una vera e propria “primavera manzoniana”, che sta ottenendo risultati di altissimo livello: difficile citarli tutti, ma impossibile non menzionare Marco Zanoni di Maso Furli, Alessandro Fanti con lo straordinario Isidor, i fratelli Cesconi, Elisabetta Foradori e il suo Fontanasanta, il bravo Rudi Vindimian, i cugini Zanotelli di Cembra, e poi Maso Thaler e il già citato Brunnenhof, direttamente dalla culla del Pinot Nero di Mazzon.
Grandi vini che superano il problema del nome: Manzoni Bianco o nome di fantasia, e all’incrocio non ci si perde di certo.