Josko Gravner, il cuore nella campagna

Per vivere e lavorare in campagna ci vuole l’essenziale. Ci vogliono, ad esempio, le scarpe giuste, adatte per camminare nella terra, non devono perder la presa nel momento del bisogno e nemmeno aver paura se un po’ di polvere le si deposita sopra. I graffi, poi, sono come le rughe sulla faccia di un uomo: l’inevitabile risultato dello scontro contro il tempo. Non c’è bisogno che siano scarpe alla moda o che le abbia firmate qualche stilista. Appunto, ci deve essere l’essenziale. Il che significa, va da sé, che non deve mancare nulla.
Josko Gravner da Oslavia lo sa bene, lui che in mezzo alle vigne è nato. Del resto i suoi vini sono così, quando apri una bottiglia ci trovi dentro l’essenziale. La terra, naturalmente, perché nei campi dove vengono meglio le patate è meglio continuare a produrre patate, ma se c’è la giusta vocazione al vino, allora si dovrà semplicemente accompagnare il ciclo della natura sino alla vendemmia e penserà da sé a regalarci un dono meraviglioso. Ed il cuore.
Terra e cuore, certo, con ai piedi quel paio di scarpe da battaglia che fa di un viticoltore un contadino. Non un artista o un visionario, come ci si arrovella da ogni dove a definire Josko. Un contadino che osa fare di testa propria e ha realizzato un sogno solo all’apparenza semplice: quello di fare il vino che gli piace.
Il sogno è, in realtà, più grandioso e rivoluzionario di quel che non sembri, perché con coraggio e con caparbietà parla di libertà: la libertà di poter fare con un piccolo fazzoletto di verde quello che gli piace, mentre il gigantesco universo globalizzato in cui viviamo spinge la maggioranza a fare quello che piace agli altri.
E’ partito da lontano, quando da giovane uomo anche lui è stato fuoco e tempesta e voleva probabilmente stravolgere quanto fatto sino a quel momento dal padre, e poter così stupire lui e spaccare in due il mondo del vino. Sperimentò tutto quello che poteva. L’innovazione era l’unica strada percorribile per emergere e lui la percorse sino in fondo: fu uno dei primi produttori in Italia ad utilizzare la barrique per un vino bianco. A partire da quel momento fornì la cantina di Oslavia (provincia di Gorizia, zona di confine, zona al di là dei confini) di tutta la tecnologia che c’era allora sul mercato, il quale lo ricambiò premiandolo col successo.
Ironia della sorte, questa sua aderenza al mercato celava in sé una trappola mortale. Josko se ne accorse solo alla fine degli anni Ottanta, quando volò in America dove, come dentro ad una sfera di cristallo, scoprì quella che per lui fu una tremenda verità: assaggiò centinaia di vini che lo sconvolsero non tanto per la mancanza di qualità, quanto per l’evidente somiglianza che li rendeva prevedibili e banali e, allo stesso tempo, uguali ai vini prodotti in molta parte d’Europa.
La cosa più pericolosa fu rendersi conto che assomigliavano anche ai suoi! Probabilmente gli girò la testa ed anche qualcos’altro. La rottura col passato fu repentina e netta, quasi quanto quella con la critica che non capì da subito la rivoluzione che si stava compiendo e che avrebbe influenzato decine e decine di produttori in tutto il mondo: Josko si decise a riportare al centro del suo lavoro di vignaiolo la campagna. Alla cantina rimase il compito di non rovinarne il frutto grazie all’utilizzo delle ormai famose anfore in terracotta, uno strumento che parve l’ennesima stravagante innovazione ma che da qualche anno cominciano a essere usate anche in Trentino/Südtirol.