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La solitudine dei dati statistici (sul vino trentino)

Ai numeri e alle statistiche, si sa, molto spesso ci si appoggia come fanno gli ubriachi con i lampioni: non per farsi illuminare, ma per restare in piedi ed evitare di ruzzolare a terra. Citazione di Mark Twain, solo per esprimere una preoccupazione: nella girandola di dati di cui ci riempiamo la vita e che vorrebbero fotografare in modo analitico la realtà, non è facile trovare quelli utili ad un ragionamento coerente. Detto questo, vi propino un po’ di numeri: da una recentissima indagine sulla reputazione nazionale dei vini trentini – effettuata da Nomisma nell’ambito delle attività svolte dall’Osservatorio delle produzioni trentine– emerge che l’83% dei ristoranti italiani segnalati dalle più vendute guide gastronomiche propone nella propria carta vini dei prodotti trentini. Un posto di prestigio lo detiene il Trento DOC, con un notevole 67%. Seguono nel gradimento Müller Thurgau (58%), Teroldego Rotaliano (53%), Chardonnay (48%), Pinot Grigio (41%), infine Nosiola e Marzemino, con percentuali inferiori al 30%. Aggiungo altri dati, raccolti in un contesto diverso, per complicare il quadro: nel 2008, intervistati in merito al grado di rappresentatività territoriale dei prodotti trentini, 8 ristoratori su 10 hanno indicato vini rossi, meno del 15% vini bianchi, quasi nessuno il prestigioso Trento DOC. Sul fronte delle varietà, spiccavano il Marzemino tra i rossi e la Nosiola tra i bianchi. Se i dati di Nomisma fossero corretti, emergerebbe un quadro preoccupante: i trentini hanno un’idea del loro territorio, del loro vino e – a questo punto – persino di loro stessi, esattamente opposta rispetto a quella diffusa nel resto del Paese. Siamo convinti che il nostro territorio sia rappresentato dai vini rossi e dalle varietà più tipiche e non crediamo per nulla sulla promozione locale del nostro spumante: nel frattempo, nella fascia medio-alta della ristorazione italiana spopolano Trento DOC, Chardonnay fermo e Pinot Grigio.
Sul fronte locale, non ho molti dubbi sulla congruenza di quella fotografia: sappiamo quanto sia faticoso trovare un buon spumante trentino in mescita, nei bar e nei ristoranti locali, scalzati dall’alluvione di prosecchi di varia natura: poco costosi, soggetti a rincari sostanziosi (soprattutto se addizionati con liquori arancioni), ahimè richiesti dai clienti come sinonimo totalizzante di “vino bianco con bollicine”. E sappiamo anche che Marzemino e Nosiola godono ancora di buona notorietà, almeno a parole, in una generazione di ristoratori trentini: ma, sempre per aggiungere altri numeri a cui sorreggersi – ormai ebbri e bisognosi del lampione di sostegno – sappiamo anche che il primo rappresenta circa il 3,5% della superficie vitata e la seconda meno dell’1%.
A livello nazionale, mi pongo invece qualche domanda, per cercare di interpretare meglio quei numeri. Ammesso che le rilevazioni siano del tutto attendibili (mi lascia perplesso leggere che il Südtirol sia l’ultimo dei territori di montagna ritenuti più interessanti, dietro addirittura ad un Veneto che ha i suoi punti di forze vitivinicoli nelle colline del Soave, della Valpolicella e di Conegliano- Valdobbiadene, non certo nelle Dolomiti Bellunesi), chiunque frequenti con assiduità i ristoranti italiani sa una cosa, incontestabile: non sono più di 4-5 le aziende che marchiano col loro nome le carte dei vini, e in quelle etichette spesso il Trentino si nasconde, timido e insicuro, dietro al possente prestigio del marchio aziendale.