La storia nel paesaggio, strumenti per lo sviluppo

Scrive il poeta veneto Andrea Zanzotto che il paesaggio “viene ad animarsi e a meglio splendere nel lavorio umano che vi opera”, e quindi non esiste paesaggio senza l’uomo, nel suo fare individuale e collettivo, l’uomo “quale momento più ardente della realtà naturale” (Ragioni di una fedeltà, 1967). Non significa che l’intervento umano sia sempre corretto e giusto, ma che il concetto stesso di paesaggio verrebbe meno escludendo il ruolo dell’uomo, il suo incessante “lavorio”, i continui tentativi di ritagliarsi spazi di vita integrandosi nell’ambiente. Un’integrazione non sempre equilibrata: la storia recente – l’ultimo mezzo secolo di sviluppo – racconta di un’antropizzazione violenta e irrazionale. I dati di ISPRA ci dicono che in Italia dagli anni ’50 è aumentato del 158% il suolo direttamente impermeabilizzato (totale 7%) e che oltre il 50% del territorio, anche se non direttamente coinvolto, ne subisce gli impatti devastanti. Tra il 2008 e il 2013, il consumo di territorio viaggia ad una media di 6 – 7 m2 al secondo: a subirne le spese, prevalentemente le aree agricole coltivate (60% del totale). Da “costruttore di paesaggio” l’uomo sembra essere diventato “distruttore di ambiente”: e la differenza non è di quantità, ma risiede nell’adeguatezza dell’intervento umano, nel suo grado di necessità per la vita dell’uomo, garantendo al contempo la conservazione dell’ambiente e la sua capacità di riproduzione. Nella storia il mondo contadino ha quasi implicitamente assunto nelle sue pratiche il concetto di sostenibilità: come scrive Paolo Castelnovi, “quest’attenzione storicamente si attua non perché il contadino sia buono o ecologo, ma per un sano principio di economia dettato dalla fatica”, che è “un’ottima consigliera del fare e del mantenere”, e che “ha indotto a perseguire regole il più possibile aderenti alle leggi cicliche della natura”. È bene dunque, quando si guarda ad un paesaggio, non fermarsi alla fotografia del presente, ma con sguardo diacronico tentare di capirne l’evoluzione, i segni che il trascorrere dei secoli ha sedimentato sul territorio. Questo è ciò che tenterà di fare un gruppo di archeologi dell’Università degli Studi di Padova, che dal 17 al 23 maggio si ritrova a Drena a studiare il paesaggio storico e le sue trasformazioni attraverso documenti, mappe, tracce presenti nei luoghi e nella memoria popolare. Come scritto nel progetto, “fianco a fianco con la popolazione indagano il passato, leggono il presente e offrono spunti per lo sviluppo futuro del territorio”. “All’ombra del castello. Il paesaggio storico della comunità di Drena” è il titolo di questo workshop di ricerca partecipata organizzato dal MAG (Museo Alto Garda), a cura del prof. Gian Pietro Brogiolo (Università degli Studi di Padova) e dal dott. Alessandro Paris (MAG). Lo studio della storia come strumento di pianificazione e sviluppo, un modo concreto per uscire dalla retorica della “historia magistra vitae” ed entrare in modo serio nel vivo della politica territoriale: non esistono più (se mai sono esistiti) ambiti separati e impermeabili, perché ogni competenza può e deve mettersi al servizio dell’ideazione di nuove, equilibrate e sostenibili scelte strategiche per lo sviluppo dei territori. A Drena ci saranno anche i “Contadini di montagna” col docufilm di Michele Trentini, perché alle nostre latitudini il paesaggio rurale, in fin dei conti, lo costruiscono proprio loro.