Le parole ammutinate: libri e vini contro la guerra

Brutta bestia la guerra, che sia “grande” o che sia piccola, che sia falsa o che sia vera: niente di eroico e mitico, niente leggende del Piave, solo sangue e carne che non stanno dove devono stare, odori di morte che disgustano i vivi, rumori che fanno ammattire anche le menti più dure, e poi abusi e sopraffazioni come sempre e sempre di più. In questi anni che di guerra si parla parecchio, che si celebra e racconta quella Grande con la G maiuscola, che si ricostruiscono trincee e fortificazioni con smanie ingegneristiche, una sola voce si sentiva poco, quasi non riuscisse a raggiungerci superando le distanze di un secolo intero: quella di chi, nei modi più vari e per i più diversi motivi, la guerra la rifiutò, la condannò, non volle esserne complice, la subì ma con un sussulto di ardore umano. Di questa umanità raccontava lo spettacolo “Rifiuto la guerra”, che lo storico e musicista Piero Purini ha portato in scena l’altrieri a Trento, davanti a un piccolo grande pubblico, accompagnato dai bravissimi Paolo Venier (voce), Aljoša Starc – Čada (pianoforte, fisarmonica, clarinetto) e Olivia Scarpa (fagotto). Hanno cantato di colonnelli che si bevono tutto il rum delle truppe e di generali che collezionano medaglie, letto lettere di soldati condannati a morte “pour l’exemple”, raccontato di quando nel Natale del 1914 sul fronte occidentale le truppe contrapposte festeggiarono insieme, in barba alla guerra, scambiandosi doni, condividendo il cibo ed il vino.
Che vino avranno bevuto quei contadini e quegli operai in divisa, mandati avanti da prodi generali e politici tutti d’un pezzo (e quanti se ne sentono ancora oggi, che inneggiano alla guerra dal caldo del loro adipe?), non è facile scoprirlo: dev’essere stato un vino rosso di bassa gradazione, abbastanza acido da potersi conservare, che servisse al contempo da nutrimento e da sostanza ottenebrante per reggere l’impatto della prima linea. Niente che metteremmo in tavola, oggi: ma allora, nella terra di nessuno tra le trincee, in quei giorni di quiete dopo i massacri, le conosce Dio le parole di lode e grazie che sono salite in cielo per benedire quel vino, perché – come prescrive il Talmud (TB Pesachim 109) -non può darsi un giorno di festa senza il vino, che fa dimenticare il dolore e rallegra i cuori.
Della stupidità della guerra, della violenza delle frontiere, della gioia del vino saranno piene le parole che useremo in un breve tour tra i forti del Trentino, che parte martedì 22 da Cadine, passa il 28 per Riva del Garda e si conclude il 29 a Predazzo. Una voce elegante a leggere brani dai libri dei “confini” di Keller Editore, un violoncello a darci il ritmo, il mio cicalare su vini e vigneti, per provare a narrare un racconto inedito dell’Europa del Novecento, e di come la guerra mutò drasticamente un continente, ne spostò i confini, divise popolazioni, frantumò rassicuranti identità, distrusse e ricostruì le economie, forgiò parole nuove per descrivere cose mai viste prima.
Ai forti ci si arriva in macchina, ora, il che agevola la vita a camminatori pigri e lettrici voraci che amino le storie che ribaltano la storia e la guardano dal verso storto: perché a volte bisogna ammutinarsi dal pensiero comune e disertare, anche solo per qualche istante, anche solo con le parole e i pensieri, e non c’è nulla di meglio di un libro e di un bicchiere di vino per costruirsi angoli di libertà, ringraziando sempre la fortuna di poterlo ancora fare.