Merano Wine Festival: una lunga storia d’amore

“I tre criteri dell’opera d’arte: coerenza, intensità, continuità”, scriveva Arthur Schnitzler, scrittore e drammaturgo viennese, nato nel 1862 nella capitale imperiale da famiglia di origine ebraica. La citazione può sembrare temeraria, per parlare di piccole cose del mondo come il vino, ma il fatto che il dott. Schnitzler abbia soggiornato a lungo a Merano, nel 1886, a causa di un’infiammazione tubercolare, mi ha indotto a farlo. Perché proprio di Merano e del suo notissimo Wine Festival (dal 5 al 10 novembre, con il clou tra il 7 e il 9) torno a parlare, quest’anno come gli anni precedenti, quando le foglie degli alberi ingialliscono, le botti sono colme, Helmuth Köcher apre i battenti del Kurhaus e riempie quei meravigliosi saloni coi migliori vini del mondo. The Wine Hunter, il sig. Köcher, che da quasi un quarto di secolo rende Merano riserva di caccia per un distintissimo pubblico di appassionati del vino o anche solo di ciò che il vino portato alle stelle può rappresentare. Coerenza. Dalla prima edizione, nel lontano 1992, al MWF partecipano solo un numero molto ristretto di produttori selezionati, che investono nella loro partecipazione alle giornate venostane nella certezza che rappresentino il palcoscenico migliore per esibire le proprie bottiglie. Coerenza ideale, coi temi della sostenibilità ambientale da sempre al centro, in un’evoluzione che ha portato il MWF a ottenere la certificazione “Green Event”, assegnata dall’Agenzia Provinciale per l’Ambiente in ragione di un’organizzazione votata all’efficienza energetica, ad una corretta gestione dei rifiuti, alla responsabilità sociale. Da quest’anno, addirittura, il Festival ha deciso di regalare, col biglietto d’ingresso per due giorni, anche la MobilCard Alto Adige, che permette di viaggiare gratuitamente sui mezzi pubblici di tutta la provincia. Intensità. Ogni anno il programma si rafforza: non la semplice sommatoria di eventi e iniziative, ma un unico, chiarissimo progetto declinato nelle più diverse forme. La novità di quest’anno è Cult Oenologist, definita “una retrospettiva sui registi del vino”. Köcher ha invitato dieci tra i migliori enologi italiani a presentare dieci etichette che li rappresentino al meglio. Franco Bernabei, Maurizio Castelli, Giuseppe Caviola, Stefano Chioccioli, Roberto Cipresso, Riccardo Cotarella, Luca D’Attoma, Carlo Ferrini, Salvo Foti e Luigi Moio sono i nomi che spiccano nella lista, e che magari lasceranno il loro nome in una futura Walk of Fame sul lungadige. Continuità. Che non significa immobilismo, ma capacità di reggere nel tempo grazie ad un continuo rinnovamento. Sono pochi, molto pochi i festival che superano i dieci anni di vita, e il MWF sta per spegnere ventiquattro candeline senza dare cenni di cedimento. Un’opera d’arte? Nel suo campo e a suo modo, sì. Sicuramente, un atto d’amore nei confronti del vino, della cultura enoica e del territorio sudtirolese. E a proposito di amore, chissà se Arthur Schnitzler e Olga Waissnix, giovane e bellissima moglie di un albergatore locale, amassero trascorrere il loro tempo nei saloni liberty del Kurahus, realizzato da poco: si erano conosciuti a Reichenau, un anno prima di quel fatidico 1886, ma fu nella soffice atmosfera della città termale che l’amicizia si trasformò in sentimento profondo, mai consumato eppure straordinariamente coerente, intenso, continuo, come un’opera d’arte da ammirare senza rimpianto e sulla quale far scorrere vino, non lacrime.