Battesimo di Imperial Wines

Cos’è Imperial Wines? A dirla tutta non lo sappiamo benissimo nemmeno noi che abbiamo deciso di investirci. Un progetto, verrebbe da dire, non fosse che questo termine è un po’ abusato e il più delle volte nasconde il vuoto. Un’idea, ma sa di facile filosofia da marketing. Un sogno, ma le cose vogliamo farle, concretamente e subito. Allora diciamo che Imperial Wines è un gruppo di amici a geometria variabile, che punta ad estendere a macchia d’olio- o come una chiazza di vino- i suoi confini. E per non smentire questo primo assunto, il battesimo del fuoco è stata proprio una serata tra amici, otto per l’esattezza, scelti senza alcun criterio se non il piacere di bere un buon bicchiere di vino in compagnia e di conoscere qualcosa di insolito. E non potevamo non partire dai luoghi nei quali questo progetto è nato, quelli che consideriamo i “poli” di una grande area che abbraccia tutti i territori racchiusi, al 1914, nelle frontiere dell’impero asburgico: questi “poli” sono inevitabilmente il Trentino- Südtirol, nostra regione natale, e la Repubblica Ceca, da dove è partito tutto, come scriviamo nel Manifesto.

“Moravia, Trentino e Südtirol: stessa uva, stesso vino?” è il titolo che abbiamo dato a questa serata. Il tentativo, molto sinteticamente, è stato quello di verificare quali caratteristiche esprime lo stesso vitigno coltivato in aree estremamente differenti da un punto di vista pedoclimatico e vinificato in modo originale da vignaioli diversi. L’attenzione ovviamente si è concentrata sui vitigni tradizionali, se così si può dire, che raccontano di una storia diversamente parallela di questi territori. Non è stato facile, ma ce la siamo cavata: l’ideale sarebbe stato avere uguali annate per uguali vitigni, ma l’obiettivo non era stilare delle schede, bensì solo conoscere prodotti nuovi, poco noti  in Italia, e raccontare delle storie inedite. “Ma davvero in rep. Ceca fanno vino?” è una frase non inconsueta: anche alcuni dei nostri ospiti ce l’hanno posta, a fronte dell’invito. L’originalità della serata e di tutto l’ambaradan di Imperial Wines è garantita.

A dare il via alle danze il Grüner Veltliner, vitigno coltivatissimo a nord delle Alpi, tra Austria e Moravia, dove è chiamato Veltlinské zelené. Praticamente sparito in Trentino, si esprime alla grande sui pendii della Valle d’Isarco, in Südtirol. Annata 2010 per entrambi i vini, il ficcante Veltliner di Manni Nössing, vignaiolo di Brixen, sei ettari circa di uve bianche che rappresentano il meglio della viticoltura sudtirolese. “Frutta acerba a go-go”, “decisamente un vino nordico”, “vino del nord per gente del nord!” hanno scritto i commensali. La frutta e il sale, un amico ha scritto “agrodolce” e, per quanto poco ortodosso, ci sta davvero bene. Purtroppo non a tutti i vari la bottiglia si infrange sulla chiglia della nave inaugurata: il Veltlinske zelene di Zdeněk Vykoukal, vino che avevamo già avuto modo di apprezzare come davvero gustoso, si era rovinato in bottiglia. Rischi legati alle condivisibili scelte del vignaiolo: solfiti ridotti quasi a zero, niente filtrazioni. Peccato, sarà per la prossima bottiglia.

Il secondo passo è scandito dal San Lorenzo, Saint Laurent, vitigno arrivato in Trentino dall’Austria a inizio Ottocento, poi progressivamente scomparso. In Moravia c’è e si beve, da noi una sola azienda lo imbottiglia e vende. Vitigno a maturazione precocissima: prende il nome dal 10 agosto, giorno del Santo, quando in genere gli acini iniziano a prendere il loro colore. Questa sera per noi due racconti della vendemmia 2010. Il vino di Ota Ševčík di Boretice è un’interpretazione supernatural in puro mood Autentisti: “spigoloso”, profumo aguzzo di “pepe bianco e frutti di bosco”, in bocca l’arrembaggio iniziale si placa presto. Il San Lorenzo di Casata Monfort, segnato dal marchio “Vini dell’Angelo”, è frutto di un progetto di tutela dei vitigni tradizionali trentini: vinificato “senza l’ausilio della macerazione carbonica”, scrive la scheda, e fa bene, perché questo vino pulito e fruttato sembra proprio “un eccellente novello”, un San Lorenzo che beaujoleggia e che merita una chance. Quante differenze: “in questo caso, stessa uva, non certo stesso vino!”, scrive interessato un amico .

Avanti con la Frankovka 2009 di Petr Koráb, un altro vero Autentista, proprietario di vigne di oltre settanta anni. Un bell’apertura di sambuco e pepe nero, piacevolmente acidulo, resta in bocca con un tannino asciutto. “Da rivedere il colore”, scrive un ospite: un’altra bottiglia, magari direttamente da Petr, smentirà o confermerà il commento. E in Trentino dove diavolo la trovo una Franconia? L’unica è la Destrani di Pravis, azienda agricola di Lasino, in  Val dei Laghi, condotta dal giovane talento di Erika Pedrini. Bottiglia del millesimo 2007 recuperata tortuosamente in un ristorante di Trento. Ne vale la pena: non avremmo mai detto che un vitigno tanto bistrattato reggesse così alla prova del tempo e ci regalasse un bicchiere vivissimo, rubino ancora brillante e un sorso sostenuto più che degnamente da una freschezza e un tannino non decrepiti. La ruvidezza giovanile si è fatta da parte, ma il vino c’è ancora: cinque anni li regge, se ben fatto, e cercheremo ulteriori conferme oltreconfine. Immancabile cenno storico: la Franconia è un vitigno originario del Burgenland (Austria) diffuso con la ricostruzione post- filosserica in buona parte dell’Italia settentrionale. In Trentino venne introdotto dall’Istituto di San Michele a fine Ottocento, per poi scomparire. In Moravia è diffusa soprattutto nelle zone sud- orientali ed è al primo posto tra le varietà a bacca rossa.

Procediamo rapidi e concludiamo con lo Zweigelt. Anche qua la ricerca non è facile, e ci tocca andare sopra Salorno per trovare un esemplare nostrano: in Trentino si trova al massimo in uvaggi, come il tipico Besler Ross del poliedrico duo Pojer&Sandri. Puntiamo quindi, per ragioni affettive, allo Zweigelt 2010 dell’azienda agricola Radoar (Velturno- Brixen), un pezzo di terra che vede ogni giorno sorgere il sole sopra le Odle. Non è il rosso di punta del bravo e cortese Norbert Blasbichler: lui stesso ci ha detto che nel suo Loach stempra le asprezze dello Zweigelt con un po’ di Pinot nero. Per questo prima di proporre questo Zweigelt a qualcuno, bisogna raccontare che a Radoar l’uva cresce tra i 750 e i 900 metri, e manca poco al Brennero. Come spiegare altrimenti un’acidità così acuta, che afferra la lingua? E poi bisognerebbe raccontare dei fiori che crescono tra i filari, della assoluta assenza di chimica, dello sguardo alla luna e ai monti … E’ un vino che definire beverino è sciocco, se non parametriamo i gusti: per me lo è, ma tutto dipende da quanto apprezziamo la freschezza. E’ un vino di montagna, ecco cos’è: “quest’estate, in una giornata di sole, dopo una camminata in quota, senza pensieri …”. Al suo fianco abbiamo messo lo Zweigeltrebe 2008 di Jaroslav e Luboš Osička, padre e figlio, i vignaioli più originali di Velké Bilovice. Come ci ha scritto il nostro amico Bogdan, è un ottimo esempio “per farsi un’idea di come possa essere un buon rosso moravo”. Vino rosso non filtrato, maturato in bottiglia prima della vendita, dopo un lungo periodo in legno. Solforosa ridotta all’osso, nel rispetto totale del vino. Hanno smussato gli angoli all’uva, questi abili artigiani del vino, per proporne una versione diversa: un frutto polposo, meno croccante, più morbido e speziato. Lo Zweigelt prende il nome dal suo creatore, il botanico austriaco Fritz Zweigelt, che lo sviluppa nel 1922 partendo da St. Laurent e Blaufränkisch: in Austria è il vitigno a bacca rossa più coltivato, in Moravia sale sul podio con i due genitori. A sud del Brennero è sottovalutato, ne siamo davvero convinti.

Finisce così l’esordio della nostra squadra: in casa, senza vincitori né vinti, allegri e a pancia piena, con tanta voglia di giocare al più presto un’altra partita.