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Nel solco degli emigranti

Chi non ha un pensiero, un talismano letterario, un richiamo della memoria che, all’occorrenza, contribuisca a risollevare l’umore? Il mio è una perla di John Fante: “Vi sfido a chiamarmi Wop! – Il mio fratello più piccolo, che non ha neanche sei anni, salta in piedi e, ballandomi attorno, grida: Wop! Wop! Wop! Wop! – Lo guardo. Puah! Troppo piccolo. È l’altro, è il mio fratello più grande quello che voglio. Ha anche le orecchie, oh se ce le ha! – Scommetto che hai paura di chiamarmi Wop -. Lui però ha già sentito puzza di bruciato. – Ma va là – dice. – Non voglio. -Wop! Wop! Wop! Wop! – grida il piccolo. – Chiudi quella bocca, te! – Non ci penso nemmeno. Sei un Wop! Wop! Wop! Woppety Wop! – La scatola di pastelli del mio fratello più grande è lì per terra, giusto davanti al suo naso. Ci metto sopra il tacco e la stritolo. Lui urla, afferrandomi la gamba. Io mi divincolo, e lui attacca a piangere. – Uh, me l’hai fatta sporca – dice. – Ti sfido a chiamarmi Wop! – Wop! – Vado alla carica, a caccia del suo orecchio. Ma entra la nonna, agitando la coramella del rasoio”. Adesso sto ridendo alla tastiera, da solo. È un brano tratto da “Odissea di un Wop”, un racconto sulla difficile integrazione della seconda generazione di italiani negli Stati Uniti: “Wop”, americanizzazione di “guappo”, ma anche “With-Out Passport”: così venivano chiamati con disprezzo gli italo-americani. “Wop” vs. “Wasp”, “White Anglo-Saxon Protestant”, ovvero la società maggioritaria, autoctona o presunta tale, dominante. Il fratellino piccolo che urla “Wop! Wop! Wop! Woppety Wop!” inconsapevolmente agisce un’appropriazione lessicale: il fratello più grande no, e rischia di prenderle di santa ragione. Tutto questo coloratissimo universo di culture migranti, di contraddizioni e tensioni, si trova dentro la raccolta di racconti “Dago Red”, che prende il nome dal vino scuro e forte che bevevano gli italo-americani. Il vino rosso dei “Dago”, un altro dei nomi sprezzanti con cui erano bollati i migranti italiani e i loro poveri figli, pur nati e cresciuti nella Terra delle Opportunità. Il vino, non a caso, è uno dei simboli più forti delle migrazioni italiane nel mondo: coltivare la vite nei paesi d’arrivo è stato, per milioni di persone costrette a partire, il modo per appropriarsi di uno spazio nuovo e privo di riferimenti culturali, ricostruendo una propria identità, partendo dalle proprie radici e mantenendo un legame metaforico con la terra d’origine. Proprio questi processi di ibridazione culturale sono al centro del libro presentato ieri presso l’Aula magna della Fondazione Mach, “Nel solco degli emigranti. I vitigni italiani alla conquista del mondo”, a cura di Flavia Cristaldi e Delfina Licata. Un libro affascinante, che descrive le traiettorie che i vitigni italiani hanno seguito nel mondo, spostandosi insieme alle donne e agli uomini migranti: che fossero le barbare colonizzazioni fasciste in Nordafrica, gli spostamenti per lavoro in Germania (straordinaria la storia di Pino Bianco, lucano che coltiva l’uva fraga a Berlino) o le povere epopee familiari dall’Italia alle Americhe, tutte queste migrazioni hanno contribuito a costruire un pezzo del complesso “mito” del vino italiano. E dire che se avesse prevalso, in quelle terre lontane, la logica del “rispetto delle tradizioni autoctone”, gli Wop non avrebbero avuto nemmeno il Dago Red, a saldare la loro identità in un’altra geografia. Apriamo le cantine, c’è un nuovo mito da costruire!