Paesaggio o spazio? L’irriducibilità dei luoghi

Il 22 maggio uno dei più noti imprenditori del vino italiano, Gianni Zonin, ha ricevuto la laurea ad honorem in “Imprenditorialità e qualità del sistema agro-alimentare” presso l’Università di Palermo. L’imprenditore veneto è a capo della Casa vinicola omonima, che con 45 milioni di bottiglie rappresenta il maggiore produttore privato di vino in Italia e fra le prime tre aziende in Europa. Il pubblico lo conosce per il prosecco al supermercato e per la sorridente faccia del figlio che inonda di pubblicità i quotidiani e le riviste italiane. Le parole pronunciate nella sua lectio hanno creato non poca polemica nel mondo del vino italiano. Cito: “Il “piccolo” oggi è diventato un handicap che impedisce al nostro Paese di crescere e competere. Pensate che in Australia le prime tre aziende vitivinicole controllano l’80 per cento della produzione e del commercio di vini di quell’intero Paese e negli Stati Uniti una winery californiana controlla da sola quasi un quarto del mercato americano. Per continuare a competere in questo scenario, i produttori italiani non potranno che attenersi a tre regole: produrre vini di ottima qualità; dotarsi di un’ottima organizzazione di marketing e di vendita; disporre di una dimensione aziendale, in grado di ottimizzare gli sforzi, e coniugare ottima qualità ed ottimo prezzo (ed è ciò su cui dobbiamo concentrare tutti i nostri sforzi e le nostre attenzioni). Solo così il vino italiano potrà affrontare con successo la sfida della globalizzazione”. Un’ode alla grande impresa e una violenta bocciatura di quella che il senso comune ritiene essere l’architrave della produzione vitivinicola italiana: l’azienda agricola, spesso a conduzione famigliare, ancorata al proprio territorio e alle sue vocazioni. Non a caso si è fatta subito sentire la voce di Matilde Poggi, Presidente della FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti): “Non siamo per nulla d’accordo con queste affermazioni. Nel nostro settore, quando il legame con la terra è indissolubile, esistono dei limiti alle dimensioni aziendali che sono impliciti, dipendenti alla natura stessa del territorio che si coltiva. I vignaioli presidiano il territorio, lo creano, lo coltivano e lo vivono. Un territorio con cui si confrontano raggiungendo vette di qualità impareggiabili, svolgendo contemporaneamente un lavoro di custodia che aiuta a tutelare un patrimonio che è di tutti”.
Pochi giorni ho assistito ad un’altra lectio, quella del prof. Franco Farinelli, geografo, professore a Bologna: “Non possiamo che aggrapparci al paesaggio”, ha detto, ovvero al quel concetto che risponde “al bisogno di arnesi ideali in grado di promuovere l’inaspettato, di permettere il cambiamento, la rivoluzione”. Paesaggio come espressione dell’irriducibilità dei luoghi contro l’omologazione dello spazio.
Quando Zonin contesta il “piccolo”, considerandolo un “handicap”, contesta il paesaggio e promuove lo spazio: propone un mondo piatto dove i fattori possono essere spostati ovunque senza mutare il risultato. Il mondo ridotto a carta geografica: non a caso, il secondo campo di impegno di Zonin è la finanza (“Sono e resto un viticultore prestato alla finanza”, o viceversa), e non a caso proprio Farinelli ha intuito “l’affinità elettiva tra i simboli cartografici e la moneta nelle società capitalistiche”, con i primi che funzionano sulle mappe e la seconda nel mercato, ma ingranaggi della medesima “fabrica mundi”.