Pevarella in Calamento

L’amico Pevarello che vorrebbe piantare Solaris in Calamento è il pretesto per l’articolo di oggi. L’articolo di oggi sarà il pretesto per aprire un’altra bottiglia con lui e la banda riunita, speriamo proprio in Calamento, dove fa fresco e il telefono cellulare riposa in pace. La bottiglia conterrà ovviamente un vino prodotto da uve Pevarella, e chi non sa cosa sia oggi imparerà qualcosa di nuovo e correrà in enoteca per dissetare la curiosità. Diverse volte ho parlato delle varietà tradizionali di questa regione, scomparse un po’ alla volta nel corso di un Novecento che tra guerre, fillossera, cambi di confine e industrializzazione, ha cambiato i connotati alla viticoltura trentina e sudtirolese. La Pevarella è un’uva a bacca bianca, anzitutto: ne parlo al presente, perché qualcosa se ne coltiva ancora … cosa ci sarebbe nella bottiglia che berremo in Calamento, altrimenti? Ma forse il passato è il tempo verbale più corretto, dal momento che è proprio con la distruzione fillosserica che una produzione di circa seimila ettolitri annui va ad azzerarsi. Uva che finiva in taglio con altre varietà come la Nosiola, portando il suo delicato corredo aromatico e la sua freschezza acidula, era diffusa soprattutto su quel confine nascosto tra territori germanofoni e italofoni, sulle colline sopra Lavis e Salorno, a Faedo, in parte in valle di Cembra, ma anche nella valle del Sarca e persino nel Banale. La carta ampelografica del 1875 “Varietà Viti dominanti nei singoli Paesi, dessunte dalle relazioni dei Distretti” la segnala addirittura a Ragoli, nelle Giudicarie. Preferiva e preferisce i terreni di versante, pendenti e terrazzati, dove secoli di faticosa maestria hanno creato quella formidabile infrastruttura di muri a secco che ancora caratterizza il paesaggio rurale trentino. Caratterizzata da acini di medie dimensioni con la buccia che rimane sui toni del verde, la Pevarella si vendemmia a cavallo tra l’agosto e il settembre, ma a volte anche oltre. “Pevarise” è uno dei sinonimi, e il nome è di etimologia incerta: forse richiama al pizzicare del “pevero” (pepe), forse al fatto che spesso veniva coltivata “nei poderi attigui alle chiesette di montagna”, le “pievi” (Guida ai Vitigni d’Italia, Slow Food Editore). Se potrò e potrete soddisfare la sete di Pevarella, è grazie a due uomini. Il primo è Gianpaolo Girardi, ormai notissimo ai lettori di Solomon, inventore dei Vini dell’Angelo e custode della storia della viticoltura trentina. Il secondo è Alessandro Poli, anima della Cantina e Distilleria Francesco Poli di Santa Massenza, vignaiolo sensibile e modesto quanto talentuoso, vero cultore della Nosiola, che coltiva la Pevarella sui terreni marnoso calcarei del vigneto in località Sottovi, tra i comuni di Vezzano e Padergnone. L’uva lì prodotta ha due sbocchi: il primo è il Trentatrè, vino bianco aromatico ma soprattutto progetto di valorizzazione territoriale lanciato da Proposta Vini e raccolto da diverse cantine trentine, composto da 50% di Moscato Giallo, 40% di Nosiola e un terzo vitigno a discrezione del produttore, in questo caso la Pevarella, per l’appunto; il secondo è il Massenza Belle, un vino frizzante prodotto con metodo Martinotti (rifermentazione in autoclave), e anche qui la Pevarella si sposa con la Nosiola. Una bollicina che è una campione di territorialità e che rinfresca gli animi in questa estate torrida. Ad maiora!, e Calamento sia.