Prendiamoci il tempo! Incanti di libri e bottiglie

Il tempo è un compagno vigliacco, che ti illude di esserci sempre ma troppe volte ti lascia da solo. Come quelli che non sanno dire di no, “ci sono, ci sono”, poi qualcosa va sempre storto. È solo che il tempo, che esista o non esista (“il tempo siamo noi”, mi ha detto qualche giorno fa un signore improbabile, e sono ancora qui a pensarci su) ha il difetto di non essere mai sufficiente. Che come il clown di Böll si collezionino attimi, o che si misuri la vita a peso, anche per non-fare il tempo si rivela sempre carente. “Ma dove mai troverò il tempo per non leggere tante cose?”, si domandava Kraus. Qualche settimana fa gli amici di Keller se ne sono andati a Bookcity, la grande rassegna milanese di libri e librai, invitati a presentare le proprie creature nella prestigiosa sede del Touring Club. Avrei dovuto esserci, per riproporre quella bella formula di abbinamento libro/vino che, negli anni scorsi, ci ha impegnati tra biblioteche e banconi da bar. Purtroppo il tempo è infame, come ampiamente detto, e mi sono limitato a mettere per iscritto le mie proposte.
Ecco quanto degustato dai fortunati meneghini che han partecipato al simposio.
“Angelo dell’oblio” della scrittrice austriaca Maja Haderlap, proposto col Lanški Rizling. Una varietà di confine per una storia di confine, come la saga familiare raccontata nel libro, che ci porta nelle terre della minoranza slovena d’Austria, tormentata dalla violenza della guerra, mal tollerata dai mai sopiti nazionalismi, che fa i conti con la propria storia e con le angosce di un’identità sospesa.
“Il soggiorno” di Andrew Krivak è una delle ultime perle proposte da Keller. Dal Colorado alle montagna di Pastvina, dalla Pennsylvania al fronte del Piave, “Il soggiorno” ripercorre l’epopea di un uomo nato in un Paese “a cui non avevo mai appartenuto”, che ha combattuto nel “Paese di prima” conoscendolo solo come una “terra di lutti”, che finita la guerra, “non più soldato e nemmeno figlio, ma solo uomo”, non sa cosa gli offrirà il futuro. Provatelo col Raboso, una varietà rustica che dà vini duri e aspri come la tragedia della guerra combattuta sul Piave e come la vita di chi, finita la guerra, ha dovuto ricominciare da capo.
“Darusja la dolce” di Marija Matos, scrittrice della Bucovina ucraina, mi ha dato da penare. “La Galizia non produce vino; soltanto nella Bucovina se ne fa un po’, ma in piccola quantità e di qualità inferiore”, si scriveva nel 1837 su un giornale agrario lombardo-veneto. Va da sé che quel poco che veniva vinificato all’epoca, oggi sia solo un ricordo. Troppe guerre, occupazioni, stravolgimenti di confine hanno colpito la Bucovina, nella quale come in pochi altri luoghi “la storia ha combattuto così tanto contro ogni singolo individuo”. Erano gli ebrei a commerciare in vino e spiriti: ma di ebrei, in questa terra ora a cavallo tra Ucraina e Romania, non ce n’è sono più. Allora ho pescato nella ricca viticoltura rumena un autoctono di qualità, il Negru de Dragasani, che – come tanti altri vini rossi dell’Oltenia – veniva esportato nelle Repubbliche Sovietiche soprattutto nella versione dolce, come piaceva alla maggioranza.
Poi “Partenza e ritorno” dell’ungherese György Konrad e un Tokaji Aszu; il sudtirolese Sepp Mall con “Ai margini della ferita” e un St. Magdalener fresco e leggero; l’immancabile Arno Camenisch, svizzero, e il suo “Veltliner” di Valtellina.
Dove mai troverete il tempo per leggere tante cose? Non so, davvero. Ma trovatelo, zindiker!