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San Valentino, che storie

Certo non poteva saperlo, il solerte romano Furius Placidus, che uccidendo quell’uomo ne avrebbe fatto un martire, costruendo la sua fortuna postuma ma soprattutto quella di ristoranti, fiorai e industria dolciaria. Quell’uomo era Valentino, nato a Terni nel 176 d.C., patrizio di origine, convertito al cristianesimo, vescovo della sua città natale, poi predicatore in una Roma ancora pagana (Costantino sarebbe nato solo l’anno seguente la truce morte del vescovo ternano): graziato dall’imperatore Claudio, non ebbe la stessa sorte con Aureliano, di stirpe militare e forse meno incline alla pazienza con gli insubordinati. Tant’è, il povero Valentino perse la tesa sulla via Flaminia, dopo essere stato orridamente flagellato: era il 273, forse era il 14 febbraio, e il martire aveva la veneranda età di 97 anni. Perché quel “forse”? Nel Martyrologium Hieronymianum la morte del santo è associata a questa data, ma la costruzione dei calendari liturgici non è un percorso chiaro e lineare: basti dire che quella data era prima dedicata a santa Febronia, che a sua volta si inseriva nel mese degli antichi riti della purificazione in onore alla dea pagana Febris. Valentino si prestò bene ad un nuovo intervento di sostituzione religiosa, scalzando i Lupercalia, una delle ultime feste romane ad essere state abolite, verso la fine del IV secolo: un rituale antico e misterioso, fatto di lupi e capri, associato alla morte, alla rinascita rituale, alla fertilità.
Da lì ai Baci Perugina, il passo non è breve né scontato. In mezzo, l’affermazione dell’amore romantico, la definizione del modello famigliare monogamico, lo sviluppo dell’impresa capitalistica e altri piccoli scampoli di storia. Fatto sta che, da metà Ottocento, anche grazie all’estro imprenditoriale di Esther Howland, le “valentine” – ovvero i biglietti decorati che gli innamorati si scambiavano in segno di intimità – invasero l’Occidente su scala industriale. Fiutato il business, negli anni ci si buttarono a capofitto i cioccolatieri, i produttori di rose e chiunque riuscisse a collegare il proprio prodotto ai simboli romantici delle colombe, di Cupido e via discorrendo.
Chissà cosa ne penserebbe Valentino da Terni, i cui resti mortali dimorano in chissà quante chiese sparse per l’Italia: pare che qualcosa sia conservato anche a Rovereto, nella chiesa di Santa Maria Lauretana, se è vero che nel 1835 il cardinale Odescalchi, vicario del papa e vescovo di Sabinia, attesta di aver donato alla chiesa roveretana il corpo di san Valentino martire, “estratto da noi … il 3 febbraio 1835 dal cimitero di S. Ciriaca nel Campo Verano a Roma”. Il grosso, però, i ternani rivendicano di averlo loro, nell’omonima basilica.
Detto questo, cosa farà Solomon il 14 febbraio? Proverà a tornare indietro nella storia, dipanando il gomitolone del sincretismo religioso: in breve, festeggerà il carnevale in quel di Garniga, ridente paesino che ha l’abitudine di posticipare la festa a ridosso della Quaresima. Ma per non dimenticare nulla della complessità culturale che si cela anche dietro l’apparentemente innocuo rito delle mascherate, io e i miei sodali porteremo nello zaino qualche bottiglia di vino della pregiata linea Sanct Valentin, punta di diamante della già eccellente produzione della cantina di St. Michael – Eppan: un opulento Gewürztraminer e un più discreto Pinot Nero, e che Valentino, Febronia, Febris, lupi e capri ci concedano un anno prospero e giocondo.