Grigia, Grossa o Gentile: la Schiava che ci piace

Tutti abbiamo un vino della memoria e dell’intimità, legato al piacere dello stare in buona compagnia, al ricordo della storia vissuta o trasmessa, al rapporto di identificazione con un luogo, che sia quello natale o uno dei tanti che ci hanno adottati nel corso della vita: un vino coniugato al passato, del “ti ricordi quel giorno che abbiamo bevuto…”, ma che nella grammatica enoica si può coniugare al futuro (“arrivati alla meta ne berremo …”) e meglio ancora al condizionale del “quanto ne berrei!”, a enfatizzare l’aspetto del desiderio, soddisfabile o meno. Per me questo vino ha un nome e una serie di cognomi: Schiava, si chiama, e può essere Grigia, Grossa o Gentile, a seconda del biotipo. Nella quotidianità la Schiava è il vino passe-partout, che apre le porte del mio spirito semplice in ogni occasione: generosa in vigna e generosa in tavola, al banco del bar, nelle cantine. In questa estate balorda, che non sai mai se bere un bianco o un rosso, la Schiava ti soccorre con la sua versatilità: mai eccessiva, ma sobria e misurata come si vuole che sia la gente di montagna.
La Schiava ha infatti radici profonde in queste valli alpine, e il vino che se ne produce ha molto da raccontare riguardo la cultura materiale delle donne e degli uomini che hanno abitato e coltivato queste terre. Una delle corruzioni che osservo con più rammarico, nel mondo del vino, è proprio quella culturale, scaturita dall’aver neutralizzato il suo essere prodotto rurale, intrecciato alla vita, ai tempi e ai costumi della campagna: vita grama, nel passato, ben lontana dalla cartolina delle valli degli orti o dei mulini bianchi, vita di stenti e lavoro faticoso, marginalità e spesso miseria, disuguaglianze palesi e vigliacche, ma anche tanto orgoglio e tanta sapienza. Nulla di questo si abbina bene ai modelli standardizzati del marketing, che propongono un vino tirato a lucido, che ha tolto gli stivali e indossato le scarpe laccate, che vive in orario happy hour e non conosce la sveglia prima dell’alba, che assapora finger food e rinnega il tagliere di speck, luganega e gurken. In questo modello, la Schiava c’entra come i cavoli a merenda: i buoni trentini, quindi, han pensato bene di espiantarla, e dai quasi centomila quintali del 1951 si è passati ai trentamila del 2011. E ogni anno la quota diminuisce. Nel frattempo, i dodicimila quintali di Pinot Grigio sono diventati trecentomila. Ma è la solita polemica, e mi sono persino stancato di farla. Oggi leggo che la Festa dell’Uva in Valle dei Laghi si aprirà con lo Spritz Party: un’altra lucidata agli scarponi da campagna, non sia mai che poi si pensi che in Trentino ci siano ancora tradizioni. In Südtirol la Schiava sopravvive, si pianta e si beve: in purezza, Vernatsch che l’etimologia (vernacolus) lega stretta stretta ad un luogo ben preciso, o nelle denominazioni St. Magdalener e Kalterersee, con un piccolo saldo di Lagrein a impreziosirla. Il segreto per una Schiava di grande qualità è il preciso equilibrio tra diversi fattori: alcuni oggettivi, come la vocazionalità del territorio, il particolare clone e l’età delle vigne, altri legati alla volontà del vignaiolo, come la scelta di tenere basse le rese. E’ un vino semplice ma unico e inimitabile: stiamo sicuri, non cominceranno a piantarla in California, e non c’è bisogno di aperol e soda per renderla potabile. Servono altre ragioni per cominciare a crederle? #iostoconlaschiava, che al Casteller ci sta meglio che Daniza.