Se l’identità di un territorio si riscopre nello spumante #4

Fernando Scianna, fotografo e scrittore siciliano, ha composto un volumetto di sapori, profumi e pensieri raccolti durante la propria vita: un peso determinante, com’è ovvio che sia, lo hanno i ricordi dell’infanzia, che si snodano tra cassate, granite, focaccelle .. la fantasia e la ricchezza della cucina sicula gli hanno offerto straordinarie possibilità di convertire ingredienti e aromi in parole altrettanto gustose. Così importante, il “mangiare”, per questo siciliano trapiantato in nord Italia, che alcuni cibi sono diventati quasi parte della sua “struttura biologica”, una sorta di necessaria pratica identitaria da rinnovare con frequenza. Scianna è un intellettuale profondo, e riconosce il rischio che si corre quando si parla di identità; proprio per questo, mette in allerta dal pericolo di immobilizzare i fattori identitari, fino a farli “morire di falsa sopravvivenza”: essi vanno sempre misurati nel loro contesto, storico e geografico, perché è lì che “mutano, si evolvono, sperimentano, vivono”. Niente di peggio, dice, dei cannoli siciliani a Little Italy, “mummie impagliate di quello che era”.

Sono sempre scappato a gambe levate dalle identità totali, di quelle pronte per il consumo e facili da digerire: ho imparato dal Danubio ad essere molte cose insieme, e pur non apprezzando gli inni, mi piace cantare quello asburgico in undici lingue diverse. Come ha scritto magistralmente Claudio Magris, è giusto identificarsi con un luogo, con una cultura, con una comunità, ma non bisogna mai cadere nella presunzione di avere il monopolio dell’autenticità. Il riconoscersi in una comunità radicata impone di riconoscere uguale ed altrettanto autentico radicamento anche ad altre comunità: quanto più è sincera questa vicinanza, tanto più si potrà davvero dire di amare la propria terra.

Perché scrivo questo? Perché credo che sia abbastanza evidente che tra “il mangiare e il bere” e la cultura di un territorio e della sua gente, intercorra una relazione non banale, pur essendo sempre più arduo riconoscerla, di fronte alla vittoria di un gusto ormai standardizzato in larga parte del globo.

Mi hanno raccontato che Trento, non troppi decenni fa, era diventato un luogo dove il gusto per lo spumante metodo classico, o champenoise che dir si voglia, aveva sviluppato una notevole e originale sensibilità. Un pubblico di consumatori, ancora ristretto ma piuttosto influente, aveva riconosciuto nello spumante trentino caratteristiche qualitative ricercate e fini: la mineralità, la “magrezza” e la spiccata freschezza, frutto dello chardonnay di queste latitudini e altitudini, erano doti apprezzate, per chi guardava alla Champagne come ad un modello da seguire con rispetto, per proseguire orgogliosamente sulla propria strada.

Erano gli anni in cui si diceva che il Trento sarebbe potuto crescere in modo esponenziale: ad inizio anni Novanta, si cominciavano ad immaginare traguardi vertiginosi, milioni e milioni di bottiglie, per azzannare alle caviglie il mercato mondiale. Non è andata così, ma non è solo una questione di numeri … il Trentino è un fazzoletto di terra, non si dia mire da conquistador: sarebbe già un bene se, anche oggi come si era cominciato a fare un tempo, i trentini cominciassero a bere e apprezzare il loro metodo classico. Una sana rivendicazione di un’identità in continua costruzione, che si disintegra nel mare magnum della globalizzazione ogni qual volta, al bancone di un bar, per pigrizia si ordina un prosecchino.

Solomon Tokaj