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Se lo Chardonnay vola via: Trentino, un sistema da ripensare

È il tema della settimana, in Trentino, ma non certo nuovo e inaspettato: parte dello Chardonnay trentino vola via dal territorio, verso altre regioni, altre cantine, altre etichette. Non viene imbottigliato qui, non prende la denominazione di origine controllata Trentino, men che meno quella Trento, che contraddistingue gli spumanti metodo classico. Lo Chardonnay rappresenta circa un terzo della superficie vitata trentina, ma le uve che prendono la via del lungo affinamento sui lieviti e diventano Doc Trento sono meno di sette milioni, stando ai dati concessi dagli organi istituzionali. Non è un problema del solo Chardonnay: la percentuale di uve vendemmiate come Doc che poi non concorrono a produrre vini con denominazione, in Trentino, è davvero molto alta, come ho scritto altre volte (dicembre 2013, “Denominazioni d’origine: la necessità del rilancio”), e anche il valore della Doc Trentino e decisamente inferiore rispetto a quella Alto Adige / Südtirol (2.86 euro al litro contro 1,65, dati ISMEA). Però la questione dello Chardonnay fa particolarmente riflettere: non solo per la sua rilevanza in termini quantitativi, ma perché se è vero come è vero che il Trentino è una terra particolarmente vocata alla coltivazione di queste uve, in modo specifico per la produzione di vini base spumante, lascia molto perplessi scoprire il segreto di Pulcinella, ovvero che quelle pregiate uve non riescono ad essere valorizzate appieno. Non sta a me fare i conti in tasca alle cantine trentine: sono certo che sappiano fare il loro mestiere meglio di quanto non possa suggerire, e che qualche ragione strutturale ci sarà sicuramente, se si decide di vendere lo sfuso fuori provincia piuttosto di imbottigliarlo e venderlo direttamente. Tra il grappolo vendemmiato e il vino venduto non c’è alcun automatismo, questo è chiaro. Un “però” rimane aperto, e ha a che fare con la sostenibilità di questo sistema. Il fenomeno Prosecco sta lì, come monito: le fortune dei territori vitivinicoli, nel tempo della globalizzazione, si costruiscono in tempi brevi, poggiandosi su strategie territoriali e commerciali forti. Ma come le fortune, si accorciano anche i tempi dei declini. Questa è una rubrica ottimista, e quindi non si vuole fermare alla critica, nella convinzione che una terra come quella trentina abbia le risorse materiali e cognitive per rilanciarsi anche sul fronte della produzione vitivinicola: fronteggiando quindi una crisi che – in termini di reddito per i contadini – qualche problema sta davvero cominciando a crearlo. Quali possibilità? Primo, ridare valore alla denominazione, per evitare che sia percepita dai vignaioli come un problema e non come una risorsa. Per farlo, bisogna modificarne i disciplinari, rendendoli più orientati alla qualità, e cominciare un lavoro di zonazione che rafforzi la riconoscibilità di alcuni territori, unici per caratteristiche morfologiche, pedo-climatiche, storiche. In secondo luogo, immaginare un potenziamento della produzione spumantistica, tanto di quella più pregiata del metodo classico – coinvolgendo anche i piccoli produttori in un disegno promozionale autentico – quanto di quella più commerciale, ma pur sempre con una potenziale impronta territoriale, del metodo charmat, privilegiando quello lungo. Infine, ritornare ad un modello di governance del “sistema vino” democratica e inclusiva, superando le fratture non con gli appelli, ma con una seria e motivata volontà di rilancio.