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Solomon T. sbarca in America

Come Sergej Donatovič Dovlatov, Sholom Aleichem, Isaac Bashevis Singer e suo fratello Israel Joshua, Albert Einstein, i nonni di Allan Stewart Königsberg e Melvin Kaminsky, i genitori di Chico, Harpo, Groucho, Gummo e Zeppo Marx, i Leningrad Cowboys e tanti altri ancora, anche Solomon Tokaj “go America”. E vede cose che voi umani … un sommelier spiderman che si arrampica sugli scaffali alla ricerca di chissà quale diavolo di Pinot Nero dell’Oregon; spot di vini francesi perfectly balanced, not too sweet, not too dry, che in medio stat virtus e gli americani sono fans della cultura classica; fiumi di Pinot Grigio so delizioso!, i cui preziosi grappoli were hand harvested from vineyards on the hillsides at the base of the Dolomite mountains, perfetto with pasta primavera, prosciutto, asiago e chi più ne ha più ne metta. New York e le Dolomiti sembrano unite da qualche strambo collegamento, coincidenze significative che me le fanno ritornare a galla, in questo luogo dove trovi tutto ma le montagne le hanno dovute sublimare nel cemento e nel ferro. Intervistato dalla Fallaci, Pier Paolo Pasolini disse che New York “da lontano è come le Dolomiti, troppo fotografica, troppo meravigliosa, e dà fastidio. Da vicino, da dentro, non si vede”. Non ne ha certamente tenuto in debito conto il creatore del logo Dolomiti Unesco, bellissimo e connesso al mondo, ma che di fastidio ne ha creato parecchio, a suo tempo, quasi avesse usato violenza sulla purezza naturale dei monti, sulla loro atavica e incontaminata (?) bellezza. Eppure New York è una metafora continua che continuamente solletica chi, come me, ci cade dentro per qualche giorno e prova a trovarci un senso, per evitare che si limiti ad essere un elenco di cose. Pasolini nel suo soggiorno newyorchese lo cercava “nelle strade più cupe di Harlem, di Greenwich Village, di Brooklyn”, trovando “una città magica, travolgente, bellissima. Una di quelle città fortunate che hanno la grazia”. Quelle strade cupe ora sono più difficili da trovare, nella Manhattan gentrificata e hipsterizzata, ma quella grazia rimane a disposizione: New York, soprattutto, non sembra una città gelosa. Nessuno si sarebbe offeso se per definirne un logo la sua skyline fosse stata modellata sul profilo maestoso delle Dolomiti. Anzi, a giudicare dalle descrizioni entusiaste delle schede dei vini, lo avrebbero accolto con orgoglio: in questa città multiforme e senza tempo, non sembra esserci spazio per la diffidenza. D’altronde “New York è una città di cose che passano inosservate”, rubando l’incipit a Gay Telese, ma non perchè non contino, ma perchè sono tante “singolari meraviglie”, e tutte importanti, e allora a ognuno il duro compito di selezionarle, osservarle e stupirsene. Alla fine, inevitabilmente, la metafora si compone di elenchi di cose più o meno grandi, più o meno memorabili, ma con le quali tutti possono contribuire a definirne il senso. A me rimane in mente il sommelier volante, che si contorce goffamente sugli armadi in legno scuro dietro al bancone di Smith & Wollensky all’angolo tra Third Avenue e 48th Street: il senso del vino newyorchese sarà quello, fino a prova contraria. Anche perchè, per accompagnare la mia Colorado Rib Steak, ho ordinato una pinta di Guinness, una stout nera come il petrolio: non che non mi fidassi del sommelier volante, ma non avrei mai voluto averlo sulla coscienza.