Il Törggelen al tempo della vespa cinese

È stato davvero un anno balordo per chi vive lavorando la terra. Grandine, sole, pioggia, freddo, tutti i normali elementi che caratterizzano le stagioni hanno deciso di combinarsi in modo strambo, con effetti paradossali. Senza scomodare le serie storiche (“L’estate più fredda … l’autunno più caldo …”), che suonano ormai un po’ ridicole (non credo il meteo si diverta a regalarci prestazioni da guinness), possiamo più sobriamente limitarci a constatare che non è andato tutto liscio. Le produzioni agricole ne hanno risentito, uva in primis, con quantità molto basse e problemi di maturazione. Forse solo la melicoltura non ne esce con le ossa rotta. Ma se c’è un settore che quest’anno rischia davvero il tracollo, è la castanicoltura. Da anni la produzione di castagne in tutta Italia è messa in crisi da un insetto che viene dal lontano Oriente, il Dryocosmus kuriphilus Yasamatsu, meglio conosciuto come vespa cinese: quest’anno è andato a dare il colpo di grazia ad una situazione già fortemente compromessa dalla scarsa fioritura e dalle continue piogge estive.
Di “crisi del castagno” non si parla dall’arrivo in Europa dell’insettino cinese (primi anni Duemila), ma almeno dal XVIII secolo, quando diversi fattori cominciarono a incidere su una produzione fino ad allora imponente: la diffusione di crittogame come la Phytophthora cambivora e la Cryphonectria parasitica, ma soprattutto la modernizzazione dell’agricoltura e la diffusione della cerealicoltura, che soppiantò progressivamente quello che fino ad allora era davvero uno degli elementi cardine della dieta contadina, nelle zone collinari e di bassa montagna. «Per te i tuguri sentono il tumulto – or del paiolo che inquieto oscilla; per te la fiamma sotto quel singulto – crepita e brilla: tu, pio castagno, solo tu, l’assai – doni al villano che non ha che il sole; tu solo il chicco, il buon di più, tu dai alla sua prole», scriveva Giovanni Pascoli, guardando ai contadini poveri delle sue terre, che nel castagno avevano il loro “albero del pane”.
Le castagne e i marroni sono un prodotto tipico anche della nostra regione: in Trentino possiamo citare Castione e la bassa Valsugana, e in Südtirol, tra i tanti luoghi, la Valle d’Isarco. Qui è stato valorizzato a fini turistici il Keschtnweg, il Sentiero del Castagno, che si snoda sulla destra orografica da Bressanone fin sul Renon, attraversando paesi, campi coltivati, pascoli e castagneti. Questo suggestivo itinerario si anima soprattutto in queste settimane, grazie alla tradizione del Törggelen, che prevede, dopo una sana passeggiata tra i boschi che si tingono di rosso, una robusta merenda nei Buschenschenken a base di castagne arrosto, strudel, speck e pane nero accompagnati dal vino nuovo. Quest’anno ho riunito una corposa compagnia per fare il Törggelen da un amico, quel Norbert Blasbichler che a Velturno, nel suo Radoarhof, coltiva la vite e il melo, fa il vino e ottimi distillati, succhi di frutta e altre prelibatezze. Ho conosciuto Norbert diversi anni fa, finendo a Radoar dopo un’improbabile gita in bici sotto il sole di luglio a mezzogiorno: una follia che solo l’apfelsaft di Norbert evitò finisse in tragedia. Torneremo da lui per le castagne, per il suo Etza (il secondo Müller Thurgau più alto del mondo, questo è un guinness vero!) e per la sua infinita cortesia. Se passate dalla valle, di questi tempi o in altri mesi dell’anno, non mancate di salire qualche chilometro: Radoar vi accoglierà coi suoi sapori autentici.