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Territori marginali: la vite come elemento di sviluppo #17

Spesso mi trovo a riflettere sul concetto di marginalità applicato ai territori: vengono definiti “territori marginali” quelle aree nelle quali sono stati e continuano ad essere bassi i tassi di sviluppo economico e demografico, e specularmente alti quelli relativi all’emigrazione. Territori che, nel corso del Novecento, non hanno visto nascere economie tali da rendere appetibile la permamenza in loco della popolazione: spopolamento, quindi, e abbandono dei paesi e delle terre coltivate, sono stati i principali fenomeni che ne hanno caratterizzato la storia recente. Si può tendere a traslare questa marginalita economica sul piano geografico e politico: ecco quindi che centri e periferie si definiscono sulla base di questi fattori economici, e i primi diventano sempre piu centrali, e le seconde sempre piu periferiche, sempre piu marginali. La marginalità non viene dunque percepita come la conseguenza evidente di fattori di squilibrio da analizzare e risolvere, ma una condizione data, inevitabile, quasi intrinseca alla natura di un territorio. Qualche mese fa ho letto l’intervento di un albergatore della val di Fassa che denunciava “lo sperpero di denaro pubblico per progetti di sviluppo in territori marginali, come la Valsugana o la Valle di Cembra”, forse dimenticandosi che la sua splendida valle si e ripresa dall’arretratezza e dalla marginalita grazie allo stesso denaro.
A me piace pensare che non esistano periferie, e che ogni territorio meriti un proprio progetto di sviluppo, originale e basato sulle vocazioni e gli elementi unici e non riproducibili che lo caratterizzano: per questo motivo vado alla ricerca della viticoltura lì dove sembra scomparsa, annichilita dai troppi scossoni del secolo scorso, ma dove – guardando con attenzione – se ne riconoscono ancora le tracce.
Un anno fa sono andato in Valle del Chiese, zona nella quale, fino agli anni ’50, si produceva il vino sufficiente a soddisfare l’intera domanda interna. Nel corso del secolo scorso alle tradizionali varietà coltivate in tutto il Trentino (Negrara, Franconia …) nella produzione vitivinicola della valle subentrarono gli ibridi produttori, Seibel e Bacò su tutti. Tra la metà degli anni Sessanta ed i decenni successivi, la vite scomparve quasi completamente dalla Valle del Chiese, lasciando spazio ad altre coltivazioni ma soprattutto ad altre forme di produzione. Sul finire degli anni ’80 alcune piccole aziende della zona furono coinvolte in un progetto sperimentale, rivolto a diverse aree del Trentino, sul recupero della viticoltura in aree marginali. In questo frangente fu messo a dimora soprattutto Chardonnay, ancora oggi conferito come uva per base spumante, anche grazie all’inclusione del comune di Storo nel disciplinare della DOC Trento. Ad oggi, in valle, gli ettari di terreno coltivati a vite sono appena dieci: un posto di rilievo lo merita il Kerner, coltivato su impulso della Cantina di Toblino, della quale alcuni piccoli viticoltori locali sono conferitori. Da qualche anno, l’associazione Culturnova ha avviato un progetto per recuperare la peculiarità vitivinicola del territorio, non come esercizio folklorico, ma come azione concreta di recupero della memoria collettiva e come reale attività economica, volta alla coltivazione della vite in funzione della produzione di un vino che possa essere riconosciuto come tipico e originale. Faccio i miei auguri agli amici di Culturnova: che non di sola farina di Storo possa vivere la Valle del Chiese!

Solomon Tokaj