La passione e le mani dei vignaioli trentini

Abbiamo lasciato trascorrere qualche giorno per scrivere ancora del sabato dei vignaioli trentini, quel primo settembre duemiladodici che si lascerà ricordare a lungo. Le nostre prime impressioni, più o meno tecniche, sono state ospitate dal blog del vino trentino: un commento a caldo, con noi ancora colmi di gioia per una giornata di emozioni non da poco. Ora rielaboriamo a mente fredda, ma ci rendiamo conto che è ancora la gioia a condizionare i ricordi. Non c’è sentimentalismo in questo, o almeno non vorremmo che trasparisse in modo eccessivamente patetico. Ma il pathos c’è, eccome: metterlo da parte sarebbe un errore, e finiremmo per rendere un cattivo servizio ai fatti che vogliamo raccontare.

Solitamente, col passare del tempo, gli appunti ci sono indispensabili per recuperare informazioni e impressioni: apriamo i bloc notes e vediamo, tra gli scarabocchi, cosa torna alla mente, cercando poi di metterlo degnamente per iscritto, in bella copia, come si diceva una volta. Questa volta gli appunti non servono: sono ancora tante le immagini impresse nella memoria, e chiunque si sia trovato a scrivere di vino può testimoniare che la cosa non è affatto scontata, soprattutto quando il tema è un’intera giornata di brindisi intervallati da qualche parola.

Scriveremo per impressioni, quindi, in libertà.

Stefano Pisoni, contadino e vignaiolo di razza, siede con orgoglio al tavolo dei protagonisti di Declinazione Nosiola. C’è un suo vino santo, in degustazione, un 1993 non da poco. Stefano segue con attenzione le prime fasi dell’incontro, ascolta i suoi amici e colleghi che raccontano dei propri vini e del proprio lavoro. Alla fine di tutto, terzultimo attore a salire sul palco, toccherà anche a lui. Ma Stefano ha il cuore e la mente altrove, gli occhi si muovono rapidi e si vede che qualcosa lo tiene in ambasce. Una piccola pausa, a metà degustazione, e Stefano ruba timidamente la parola: “Chiedo scusa”, dice un po’ sommessamente al piccolo pubblico. “Questa notte la mia cavallina è entrata nel polinar e si è mangiata tutto il becchime delle galline. E’ un po’ in là con l’età, e stamattina non l’ho vista proprio bene. Adesso son qui un po’ agitato, e dovrei tornare a vedere come procede”. Chiede scusa a tutti, saluta gli amici e si incammina verso l’uscita. Esce tra gli applausi, quelli che si meritano le persone per bene e gli uomini sinceri.

Devis Cobelli per noi è un amico, prima ancora di essere un giovane vignaiolo. La sera del venerdì lui e il fratello Tiziano ci hanno ospitato nella loro cantina, e per diverse ore ci siamo trastullati tra bottiglie importanti, racconti di viaggi, di vino e biciclette, augurando lunga vita al loro sciampagn che sconvolgerà il mondo. La mattina del sabato, Devis ha raccolto mele in barba al Selosse della sera prima e a un tempo balordo. Il pomeriggio, ancora imbombito di pioggia, regge ore e ore di confronto con pubblico vario, di varie esigenze e- soprattutto dopo una certa ora- di varia sopportabilità. Di fronte alla domanda “cosa avete da bere?”, declinata in modi più o meno professionali, Devis risponde placido: “Due vini, Traminer e Teroldego”. Come a dire “bianc o ross“. Come a dire “questo sappiam fare, questo è giusto fare sui nostri terreni, questa è la nostra storia”. Qualcuno storce il naso, ma chi ama il Trentino sorride e ringrazia i Cobelli.

Paolo Zanini è un uomo di altri tempi. Coltiva e imbottiglia solo Teroldego perché abita a Mezzolombardo. Abitasse in Wachau farebbe Grüner Veltliner, fosse nato a Vienna ci delizierebbe col Gemischter Satz, avesse avuto la sorte di crescere ad Ambonnay regalerebbe al mondo champagne da medaglia. La sensazione, parlando con Paolo, è che abbia in sé una saggezza antica, di quelle che si tramandano di generazione in generazione, distillando tutto il meglio del passato per immettere nel presente i saperi più adatti a farne buon uso. Paolo non è solo un produttore di vino, ma l’immagine precisa del genius loci. Un solo bicchiere, con lui, ma un fine lavoro di scavo nel suolo trentino, nella testa della sua gente, nella storia che ogni giorno ci lasciamo alle spalle.

Cerchiamo la schiava in giro per Riva. Ma è difficile. Trovi di tutto, anche incroci resistenti dai nomi bizzarri. La Schiava no, la devi davvero cercare col lanternino. Ricordo un vinitaly di qualche anno fa, che ho voluto dedicare solo alla schiava. Nel Südtirol veronese al massimo ti guardano strano (“ztrano taliano che a vinitali potrebbe zbevazzare baroli e zupertuzcan ma vien qui a bere vernatsch, ja”) ma poi ne puoi bere a fiumi, anche sotto brand importanti e sostenuti. Nel Trentino di carta e alluminio che si mostra a Verona se domandi la Schiava chiamano la Forestale e ti fanno internare, non si devono turbare i sogni di gloria con richieste villane e sottobudget. Purtroppo anche qui a Riva di Schiava ce n’è poca, ma chi la fa ne parla con orgoglio. Quella di Casimiro Poli dal nerbo croccante, quella di Maxentia succosa e matura, quella fragrante di Alessandro Poli, che ci racconta delle sue vigne di Santa Massenza. Ma perché così poca? Domanda che lascia un po’ l’amaro in bocca, come il finale di gusto di quella schiava che ci piacerebbe trovare, in futuro, sul banco di tanti vignaioli. Senza pretese, ché non si va a nozze coi fichi secchi: ma siamo sicuri, nel nostro piccolo, che questo Trentino del vino in cerca di identità, che questi vignaioli tenaci che ci mettono “la passione e le mani”, proprio in un bicchiere limpido di schiava riuscirebbero a specchiarsi e a vedere il meglio di sé.