Vignaioli del Trentino. Un inestimabile capitale sociale #10

Il termine capitale sociale ha assunto in questi anni un significato importante: non nella sua accezione finanziaria, ma nel senso che ad esso viene attribuito dalla sociologia. Cosa ne so io di sociologia? Non molto, a dire il vero: ma a Trento ormai sono di casa, e non ho potuto evitare frequenti e prolungate soste in via Verdi, in quella facoltà che ha tanto contribuito alla crescita della società trentina. Sfogliando i manuali, dunque, ho trovato molto chiara e comprensibile, anche per un profano come me, quella definizione che indica il capitale sociale come “l’insieme di quegli elementi dell’organizzazione sociale – come la fiducia, le norme condivise, le reti sociali – che possono migliorare l’efficienza della società nel suo insieme, nella misura in cui facilitano l’azione coordinata degli individui”.
Capitale sociale e sviluppo sono quindi due questioni inscindibili: molti studi dimostrano senza equivoci come il complesso delle relazioni amicali, associative, cooperative, sia strettamente legato alla qualità dello sviluppo territoriale. Non a caso, da tempo la Provincia Autonoma di Trento ha messo questo fattore al centro della propria programmazione. Ma, tornando alla nostra concretezza contadina, il capitale sociale è ciò che emerge da una società sana e vitale, dove si sviluppano rapporti positivi e si difende la coesione, una società dove l’eguaglianza si misura in termini di mobilità sociale e opportunità uguali per tutti. Forse, quindi, più che in incerte radici di antico e antichissimo regime, il vero fondamento della speciale autonomia di questa terra andrebbe cercato in questa inestimabile ricchezza sociale, intangibile ma evidentissima, fatta di relazioni virtuose, di condivisione di pratiche e saperi, di collaborazione e reciproco sostegno alla crescita individuale e collettiva.
Spesso tutto questo suona come vuota retorica, che nasconde i vizi dietro la declamazione delle virtù. Ma, senza enfasi né disfattismi, possiamo certamente essere tutti d’accordo su una cosa: il capitale sociale, come tutte le ricchezze, non va sperperato ma, al contrario, messo a valore e continuamente potenziato. In Trentino, da Borghetto alla “chiusa di Salorno”, troviamo non solo oltre diecimila ettari di vigneti, tra la fluida continuità del fondovalle e le sinuose linee delle colline laterali, ma soprattutto decine e decine di vignaioli che producono il vino dalle loro uve, imbottigliando un prodotto buono ed espressivo ma, soprattutto, un pezzo di Trentino e del suo paesaggio tradizionale, ricco di cultura, disegnato nei secoli dal lavoro dell’uomo.
C’è un lembo di questa provincia, in particolare, su cui mi fa piacere focalizzare l’attenzione: sono le Colline Avisiane, quella striscia di terra dove si snoda un percorso immerso nei vigneti, da Pressano a Faedo passando per il Maso Panizza di Sopra e i tanti altri masi che presidiano queste colline. Qui si possono trovare tra le più vivaci esperienze vitivinicole del Trentino: vignaioli che mischiano sapientemente innovazione e tradizione, che curano con passione indomita il loro territorio, che sanno ancora provare il gusto di condividere le loro esperienze, magari in caneva, dopo una dura giornata di lavoro. Non a caso, dall’entusiasmo di alcuni giovani sono nate nuove aziende, e altre nasceranno. Eccolo qui, senza ricorrere ai manuali, quel capitale sociale che regge le sorti di questa terra alpina.

Solomon Tokaj