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Fantasmagorie della belle époque

Definire una fase, darle un nome, “periodizzare” come si usa dire tra gli storici, è un’operazione culturale che si esercita su un terreno spesso accidentato: perché, anche quando lo si compie per innocenti obiettivi didattici, non è mai un atto neutro e distaccato, e presuppone inevitabilmente un giudizio, l’affermazione di un punto di vista, una classificazione per forza di cose arbitraria. “Se pensare è storicizzare, pensare è, sempre e unicamente, individuare”, scriveva Benedetto Croce, criticando la “periodizzazione” e ponendo l’accento sulla inestinguibile individualità di ogni singola vicenda storica. Nominare un’epoca è sempre un anacronismo, e la definizione finisce per modellarsi attorno ad un nucleo di valori, convinzioni, saperi spesso distante dall’epoca oggetto della definizione stessa. Non sfugge a questo rischio un nome che è echeggiato spesso, in questi anni di scrittura ai confini del vino: belle époque, un termine che si intreccia col mito del “mondo di ieri” andato in frantumi nel primo macello mondiale, una suggestione intrisa di nostalgia, che diventa tanto più bella, gaia, dorata quanto più tragico e doloroso è il presente in cui viene elaborata. Se individuarne capo e coda è dunque difficile – la fine è sicura ed impone il giudizio, l’inizio oscilla in base al giudizio stesso – meno arduo è riconoscere le forme, i colori, le linee, con le quali è giunta nei tanti presenti che l’hanno seguita, e che hanno contribuito a elaborarne il mito. Art Nouveau francese, Jugendstil tedesco, Modern Style inglese, Liberty italiano, molti sono i nomi che individuano le diverse correnti artistiche affermatesi in tutta Europa a cavallo dei due secoli passati, accomunate da una comune sensibilità e da canoni estetici del tutto simili: “propensione per le linee morbide e avvolgenti, le composizioni libere e asimmetriche, i colori preziosi e brillanti, l’interesse per la figura femminile e la preferenza per le forme desunte dal mondo della natura”, come si legge nel saggio introduttivo del catalogo della mostra “Alfons Mucha e le atmosfere Art Nouveau”, che ho avuto il piacere di gustare nelle sale di Palazzo Reale, a Milano. Qualche ora immerso nella magia ovattata, dolce, confortante di un’Europa che si credeva avviata verso un lungo periodo di pace e prosperità: l’ultima guerra su suolo europeo sembrava ormai lontana, l’economia progrediva, gli ingranaggi del commercio macinavano profitti come mai nella storia. In questo contesto si muoveva l’artista boemo Alfons Mucha, uno dei più rappresentativi esponenti di quel momento della storia delle arti decorative riassumibile, semplificando, nel termine “Modernismo internazionale”. Impossibile confondere lo “stile Mucha”, con le sue decorazioni preziose, le linee eleganti e decise, le donne bellissime che ti guardano ora intriganti ora angeliche da ogni poster, affiche, manifesto pubblicitario: ad ogni passo, un innamoramento, una seduzione privata che rimarrà lì, per sempre, nell’alfabeto misterioso di uno sguardo. Come quello della biondissima e moderna dea al centro del poster dello Champagne Ruinart: Mucha fu il primo artista di fama, infatti, a prestare il suo talento alla pubblicità, sfondando così il confine tra il sublime e il quotidiano. Ritorna, lo stile decorativo “fin de siècle”, nell’etichetta della linea Lafóa della Cantina Schreckbichl – Colterenzio, per un Cabernet Sauvignon e un Sauvignon Blanc davvero d’autore.