Il Pinot Nero del forte

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Imperial Wines non è un progetto nostalgico e men che meno militarista. Anzi, ha particolarmente in odio le armi e la retorica di guerra, nazionalismi e fanatismi di varia natura. Ma la visita di una cantina custodita in un forte austro-ungarico, costruito a fine Ottocento a difesa di Trento, è una perla che va raccolta senza indugi. Accettiamo con entusiasmo, quindi, l’invito di Federico Simoni di visitare la tenuta di Maso Cantanghel: le vigne tutte attorno all’omonimo ristorante (termine riduttivo, per la storica locanda di Lucia Gius), la “sede” nella tagliata che sovrasta la strada che da Cognola conduce a Civezzano.

Arriviamo un po’ in anticipo: sarà già arrivato? Bussiamo al portone metallico del forte, con l’unico esito di ammaccarci le nocche e di renderci idioti: il vino, dietro qualche tonnellata di ferro, non ha da temere furti, in gloria alla solida possanza asburgica. Nel frattempo arriva Federico, che ci osserva incuriosito vagare attorno al forte. Prima di mostrarcelo dall’interno, ci accompagna in una visita al vigneto, poco più di due ettari coltivati a Pinot nero e Sauvignon, con vigne intorno ai venti anni. “E’ una specie di clos borgognone”, ci dice con orgoglio, mostrandoci il muretto a secco che separa le vigne dalla strada. Maso Cantanghel è l’azienda agricola della famiglia Simoni, storica produttrice di vino di Lavis con il marchio di Casata Monfort. Acquisita nel 2006, l’azienda include anche due ettari e mezzo in val di Cembra, coltivati a Traminer e Chardonnay. I Simoni hanno da subito improntato l’azienda ad una agricoltura sostenibile, convertendo il Maso al biologico: “I risultati si sono visti presto: se prima avevamo grosse disomogeneità di prodotto tra diverse zone del vigneto, oggi siamo arrivati ad una produzione equilibrata. Lavoriamo attentamente in vigna per avere un’uva che ci permetta di fare vini come piacciono a noi”. Federico ci spiega che le rese per ettaro sono sui 50 quintali per il Pinot nero e 80 per il Sauvignon, ma che quello che conta davvero, a suo parere, è la resa per ceppo: “Per fare il nostro Pinot nero, che vogliamo durevole e di buona struttura tannica, teniamo all’incirca un kilo di uva per pianta. Ora vogliamo anche infittire l’impianto, che nella struttura originale ha il sesto ancora un po’ troppo ampio”.

Di Federico colpisce la calma e l’umiltà: non è il rampollo di una stirpe di imprenditori, ma un tecnico di campagna curioso e un amministratore di azienda attento e misurato. Ha studiato a San Michele e fatto esperienza nel Burgenland austriaco, in Nuova Zelanda (Spy Valley) e in Francia, nientedimeno che a Chateaux Margaux: “Quello che ho imparato a Bordeaux è la concretezza: i francesi non si perdono nelle piccolezze, ma guardano al concreto. Noi a volte ci scervelliamo per capire che pompa usare in cantina: loro questo sforzo lo dedicano al buon lavoro in vigna, alla selezione delle zone migliori, alla qualità delle uve”. Ma parlando di Pinot nero, Federico non ha in testa la lontana Francia: si ferma più vicino, al cru di Mazzon, al quale guarda con ammirazione, ma senza invidia. “Io credo che Maso Cantanghel possa essere, a modo suo, un territorio ideale per il Pinot nero: 450 metri di altitudine, terreni calcarei, buona ventilazione, esposizione a sud, sono buone caratteristiche, che mi fanno ben sperare e che ci hanno già regalato soddisfazioni”. Alle Giornate del Pinot nero, il “Forte di mezzo” – pur agli esordi- nel 2010 si è classificato terzo, e quest’anno ha ottenuto un ottimo decimo posto, in una competizione tutt’altro che scontata. In questa avventura Federico si avvale della consulenza di Hartmann Donà (“un carattere simile a quello di mio padre Lorenzo”), con il quale condivide l’amore per questa varietà: l’enologo della cantina, come per Casata Monfort, è Maurizio Iachemet.

Vigneti di Maso Cantanghel

Usciamo dal vigneto e ci addentriamo nel forte. Il portone si apre cigolando sul buio freschissimo degli ambienti interni. “Dal 2008 non vinifichiamo più qui, ma a Lavis, per questioni di praticità. Qua matura il metodo classico (Casata Monfort, di cui è in arrivo la Riserva): ma il nostro sogno è di usare questi locali per iniziative, degustazioni, incontri. E’ un posto suggestivo e pieno di storia che merita di essere valorizzato al meglio”. Nella sala grande, attorno al bel tavolone di legno che la riempie in lunghezza, Federico ci propone in degustazione i quattro prodotti dell’azienda agricola (del metodo classico parleremo in un’occasione dedicata). Il Sauvignon Vigna Piccola 2010, brillante e vivo, è aperto al naso, esotico e maturo con un venticello mediterraneo, e stupisce per profondità sapida e fresca, come in parte ci aveva anticipato Federico, amante dei bianchi del nord. Il Sotsas cuvée 2009, chardonnay 80%, 15% sauvignon e 5% incrocio manzoni (varietà che sparisce dall’annata 2010), finisce la fermentazione in barrique e sosta in piccoli carati per 7-8 mesi. Dal 2010 lo chardonnay viene da Lavis, da una vigna lasciata dal nonno, piantata nel 1963: il 2009 è quindi l’ultimo anno 100% Maso Cantanghel. Splende di oro e riempie il bicchiere di note cremose e vanigliate: la morbidezza è retta da una sapidità espressiva e tonica, per un vino che di primo acchito sembrava preannunciare troppo legno, ma che risulta snello e scattante. Il Vigna Caselle 2010 è un Traminer pasciuto, un bel bimbo paffutello e profumato dopo un bagno aromatico e una generosa spalmata di crema alla lavanda. Uve raccolte leggermente surmature da giovani vigneti cembrani, vicini all’Avisio, in fondo alla valle. Un grado alcolico non eccessivo (13,5%) fa sì che non finisca per eccedere in ricchezza, rendendolo un bicchiere godibile.

E siamo allo zenit, il Pinot nero “Forte di Mezzo” 2009, imbottigliato da pochissimo: fermentazione mezza in tini e mezza in acciaio, poi barriques di primo e secondo passaggio per almeno un anno. All’esterno di casa mia, le erbe aromatiche (timo, rosmarino, maggiorana … ) che crescono sul terrazzo si godono l’ombra, qualche ora al giorno, di un albero di marasche che- per pigrizia familiare- conserva i frutti fino a quando sono belli maturi. Ecco un’immagine che può rendere il complesso di aromi che offre questo Pinot nero, sapido e speziato, con un tannino – pur delicato- ancora da definire, ma che forse sarà la chiave della sua sfida con il tempo. Non è Mazzon e non vuole esserlo: è Maso Cantanghel, aspettiamo ancora qualche anno per considerarlo un dato di fatto. Federico è giovane e sereno, possiamo attendere fiduciosi.