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Un film ispirato da Bacco: l’ebbrezza del grande schermo

Ore 19.00 di un tranquillo martedì sera settembrino: da oltre mezzora sono fermo nella lunga fila che, dipanandosi davanti alla sala cinematografica, attende paziente l’acquisto del biglietto per la proiezione di “Vinodentro”, l’attesissimo film recentemente in concorso all’Orso d’Oro di Berlino. La compostezza dei cittadini evita il chiassoso scompiglio che ci si attenderebbe quando un così grande numero di persone si accalca nelle modeste strade di Trento, non certo pronte a tali resse: di certo l’urbanista, ai tempi che furono, non si aspettava che questa schiva cittadina di provincia ospitasse eventi di tale portata. E che errore fu, quando ancora possibile, rinunciare alla realizzazione di un multisala da mille posti a sedere: errori che si pagano a caro prezzo, in questi tempi grami, con le finanze pubbliche ridotte all’osso e i grandi progetti d’un tempo a fare polvere nei cassetti. Ma non piangiamo sul latte versato, è il momento della gioia e della speranza: ormai a pochi metri, ormai a pochi minuti, l’atteso ritaglio di carta che tutti i cinefili vorrebbero avere fra le mani. Una digressione per gli amici lettori, che di certo si domanderanno come mai un cronista del mio calibro debba fare la coda e non goda della consueta corsia preferenziale: democrazia, cari lettori, così si chiama, ché in questa terra dei privilegi non vogliamo sentire nemmeno la lontana eco. Biglietti gratuiti a nessuno: la stampa in coda, come tutti, se vuole appagare lo spirito con qualche ora di godimento interiore. E anche se le Istituzioni avessero avuto questa deprecabile intenzione, chi avrebbe la faccia tosta di sottrarre un posto ai cittadini frementi? Così mi presento anch’io al solerte bigliettaio: “Centrale, se possibile”. “Starà scherzando, signor Tokaj: ormai è rimasta la prima fila laterale. Ha visto che folla? Ed è così da un mese!”. Non posso che annuire: la rigida logica del cassiere ha la meglio sui miei sogni. La sala gremita, sullo schermo ancora la pubblicità: “vile mercato”, borbotto tra me e me, “ad inquinare anche l’arte: ci sarà mai un limite alla volgarità?”. Borbotto soltanto, ma il mio vicino pare sentirmi: mi guarda e annuisce, anche lui mal sopportando tanta invadenza del commercio, così a ridosso della purezza del cinema d’essai. Quel che accade dopo, però, sgombra la mente da ogni verbosità polemica: le immagini che scorrono sullo schermo rinfrancano come l’acqua dei torrenti delle Dolomiti, che sobriamente appena si accennano sulle quinte, o come il buono e fresco vino trentino, discreta e mai invadente spalla dei mirabili primattori. Provocazione: l’Oscar come miglior attore non protagonista al Teroldego? Ah, che smacco sarebbe per le Langhe, le Cinque Terre e pure per il Tokaj di cui porto il nome, nel loro piccino accontentarsi dell’esser paesaggi patrimonio dell’Unesco! Esco dalla sala cinematografica colmo d’orgoglio, sul filo della schiena la netta sensazione che la fierezza trentina si sia finalmente affrancata da quella che i miei khaverim chiamano complesso dello shtetl: a testa alta, trentini, ora la nostra gente ha il suo manifesto di celluloide, nitide immagini nelle quali specchiarsi senza viltà. Ho anche un po’ di sete – la fine, subliminale seduzione dei messaggi reconditi che solo l’arte sa trasmettere! – che non tarderò a placare con un Marzemino del ’49, annata unica di cui ogni grande enofilo conserva gelosamente qualche cassa in cantina.