Viticoltori di montagna: come remunerare la fatica?

“Non può piovere per sempre”, dice Brandon Lee in una delle scene più belle e commoventi di The Crow. Qualcuno in questi giorni ci scherza su, facendo circolare sul web immagini divertenti di un Brandon Lee che ammette sconsolato di essersi sbagliato. In effetti sembra che, come nella Macondo di Gabriel Garcia Marquez, dove “piovve per quattro anni, undici mesi e due giorni”, nella fetta di mondo che abitiamo ci si debba rassegnare a un lungo periodo di maltempo. Ne risentono gli umori della gente, che comunque ha di che parlare alla fermate del bus, in pausa pranzo, alle macchinette del caffè: “che razza di tempo, ma si potrà andare avanti così?”. Ma il problema vero, in questo Paese, non è la retorica metereopatica, ma il fatto che quando piove sopra la norma, il territorio risponde in modo brusco. Finite le piogge, si contano i danni.
Purtroppo, non sono certo il primo a scriverlo, sembra non si riesca mai ad uscire da una visione “emergenziale”, con risposte che al massimo tamponano, ma non vanno ad individuare le cause dei problemi. Perché, quando si parla di gestione e manutenzione del territorio, le semplificazioni non servono e ci si addentra in una complessità fatta di politiche urbanistiche, viabilistiche, ambientali e – settore che mi interessa particolarmente – anche agricole.
In questi giorni di pioggia battente arrivano le prime, inevitabili notizie di crolli di muretti in valle di Cembra. Inevitabili, perché i terrazzamenti sono un sistema fragile. Ma fortunatamente poche, se pensiamo che in valle ci sono circa 700 chilometri di muri. Ho scritto “fortunatamente”, ma sbagliando: non è la fortuna che evita il crollo dei muri sotto il peso dell’acqua, ma il lavoro faticoso di centinaia di viticoltori cembrani che (rubando il titolo ad un convegno organizzato l’anno scorso) “lavorano il paesaggio”, curando un territorio delicatissimo, mantenendolo economicamente vivo e idrogeologicamente solido.
Le due cose – economia e manutenzione del territorio – vanno di pari passo: edificare un muretto a secco, manutenere quelli esistenti (spesso centenari), ricostruirli in caso di crollo, costa soldi, tempo e fatica. Così come è enormemente più costoso lavorare la vigna sui terrazzamenti rispetto a lavorarla in pianura, dove quasi tutte le operazioni sono meccanizzabili. Allora come remunerare il lavoro dei “contadini di montagna”? Perché questo è il punto non più rinviabile: se vogliamo mantenere vive e produttive le aree di versante, consapevoli che solo questo possa rappresentare un presidio da un lato contro lo spopolamento, dall’altro contro il dissesto, dobbiamo per forza di cose trovare strategie per rendere sostenibile svolgere in quel contesto l’attività di agricoltore. Altrimenti, in barba ai discorsi sulla centralità dei contadini, a coltivare la vigna sui terrazzamenti cembrani non ci rimarrà più nessuno. Chi sarà disposto a spendere sabati e domeniche di lavoro per ricostruire un muro a secco? Chi sarà disposto a fare i trattamenti a mano, tirando le gomme nei filari? Chi sarà disposto a vendemmiare con le gerle, pur nella loro versione moderna? Chi lo farà, a fronte di un calo del reddito agrario e del mancato riconoscimento di un’attività pubblica di salvaguardia del patrimonio collettivo territoriale? Ecco allora la necessità di elaborare nuovi indirizzi di politica agricola, che riconoscano l’intreccio tra agricoltura, conservazione paesaggistica e manutenzione del territorio, come il Südtirol insegna. Non sarebbe un bel tema per la cooperazione agricola?