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La vite in Valsugana. Una lenta rinascita #21

«Chi percorre la longitudinale Val Sugana da Pergine fin quasi a Grigno, dall’ampio fondo alluvionato su cui pigramente si snodano i meandri della Brenta, prima che questa si rinserri nello stretto trasversale budello calcare del Canale omonimo, rimane certo tuttora colpito dalle vaste zone di vigneti che dai lenti pendii dei coni di deiezione salgono sulle più ripide e fertili pendici solatie del versante sinistro. Sono filari di viti che, tra le altre coltivazioni (foraggi, granoturco, patate, tabacco) si stendono nella zona dei torrenti di sinistra, filari sostenuti da pali di legno e, ai capi, da alberi o da colonne di legno dette colmèle, ora spesso sostituiti da forti tronconi di cemento armato, più durevoli del legno che marcisce, frammezzati da gelsi e da rari alberi da frutto. Non si trovano, se non rarissimi, quei tipici pergolati del tipo trentino-altoatesino. E i filari seguono, poi, ad occupare le più basse pendici montane, fertili, solatie, ricche di sfatto detrito mica scistoso e morenico, guardanti le alquanto lontane pareti calcareo- dolomitiche di Cima Dodici – Ortigara, estremo baluardo settentrionale degli altipiani Vicentini. Questa fascia di vigneti è detta “i vignai” …». Questa è una lunga citazione di un articolo dal nome curioso, “Considerazioni sulla viticoltura nella Valsugana e nella Mosella”, pubblicato sulla Rivista Geografica Italiana nell’anno 1932: l’autore è Giuseppe Nangeroni, noto geografo italiano, professore di geografia nell’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano dal 1936, a lungo presidente del Comitato scientifico del Club Alpino Italiano. In questo articolo il prof. Nangeroni analizza le cause della progressiva scomparsa della coltivazione della vite in Valsugana, e trova quattro ragioni principali: la distruzione portata dalla Grande Guerra, trovandosi la valle in zona di combattimenti; le mancate cure del periodo bellico; la piaga della filossera e alcuni inverni particolarmente rigidi; ma, soprattutto, chiama in causa le «mutate condizioni del mercato vinicolo nell’immediato dopoguerra e cioè, purtroppo, per il ritorno della Valsugana alla Madre Patria. Finché la Valsugana faceva parte di uno Stato di scarsa produzione vinicola, avevano facile smercio anche i prodotti di scarsa gradazione alcolica. La preoccupazione per quanto fatalmente doveva avvenire era assai sentita dagli agricoltori negli anni di guerra. Si racconta di certi austriacanti che, dopo la sfortunata battaglia di Caporetto, pur esultando del momentaneo trionfo austriaco, si mostrarono impensieriti e depressi all’idea che il Veneto, ricco di buoni vini, potesse di bel nuovo essere annesso all’Austria: perché, dicevano, cosa sarebbe stato dei vini trentini sotto il peso della concorrenza del vino del piano?». Così tra le due guerre, per ragioni ambientali, economiche, sociali e politiche, la vite lentamente scomparve dai bei pendii della sinistra Brenta. E oggi? Oggi qualcosa sta cambiando: sono in molti a riprendere in mano i vigneti, in alta e in bassa valle, alcuni per conferire alle cantine sociali o a privati, altri per imbottigliare il proprio vino. E’ notizia di pochi giorni fa che due giovani levicensi inizieranno ad affinare il loro spumante metodo classico sul fondale del lago di Levico: utile o meno alla qualità del vino, certamente questa curiosa trovata contribuirà a ravvivare il panorama vitivinicolo valsuganotto. Prosit, aspettando che il vino torni a galla!

Solomon Tokaj